lunedì 5 dicembre 2016

Il sesso del capitalismo

Scholz

"Senza lotta non si ottiene niente"
- Fabian Henning intervista Roswitha Scholz sulla dissociazione-valore e sul patriarcato -

Fabian Henning: Rimane ancora chiaro, come constatavi più di 20 anni fa, quale sia il sesso del capitalismo?

Roswitha Scholz: Ho scritto il saggio "Il valore è l'uomo" nel 1992, che allora venne pubblicato anche sulla rivista "Krisis". È stato soprattutto un esercizio teorico, che ora considero tutto sommato troppo semplicistico. "Il valore è l'uomo" - questa formulazione sensazionale ora mi fa sentire quasi un po' a disagio, perché suona parecchio come se io avessi personalizzato il dominio astratto. La cosa fondamentale per me, tuttavia, è intendere la dissociazione-valore come contesto di base del patriarcato produttore di merci. Quello che qui avviene, è che il femminile ed il lavoro domestico sono dissociati dal valore, dal valore astratto e dalle forme connesse della razionalità, dal momento che alcune qualità connotate come femminili, quali la sensualità e l'emotività, vengono attribuite alle donne. L'uomo, da parte sua, rappresenta qualità come la comprensione, la forza di carattere ed il coraggio. Nello sviluppo moderno, l'uomo è stato identificato con la cultura, e la donna, con la natura. Valore e dissociazione si trovano qui in una relazione dialettica reciproca. La dissociazione-valore attraversa tutte le sfere della società, vale a dire, l'economia, la politica, la scienza e anche la sfera pubblica e quella privata.
Ad ogni modo, ho sviluppato molto più il teorema della dissociazione-valore. Il saggio del 1992 non è che per me sia scomodo, ma credo che non sia più il caso che mi si citi a partire da quello.

F.H.: Nel 2000, hai pubblicato "Il sesso del capitalismo".

R.S.: Sì, ne "Il sesso del capitalismo" ho elaborato e modificato la mia tesi, così come ho fatto in molti saggi che sono stati pubblicati su "EXIT!". Per esempio, nel 2013 ho scritto un testo sulla "cura".

F.H.: Che ne pensi del dibattito sulla "cura"? Ritieni che sia ingenuo il riferimento positivo al lavoro di "curare"?

R.S.: A mio avviso, le discussioni sulla cura vengono soprattutto caricate di moralismo. Il curare, nel patriarcato capitalista emerge non tanto come un problema oggettivo, quanto come una questione etica. Irene Dölling, per esempio, rivendica una valorizzazione delle attività onorarie e di volontariato. Vede il capitalismo decadente. Per lei la cura è una concezione del futuro, cui si riferisce in maniera positiva. Contrariamente alle concezioni più antiche, volte anche ad un apprezzamento della femminilità a partire da una maggior valorizzazione dei cosiddetti lavori riproduttivi, in Dölling il concetto di cura diventa una relazione positiva con la femminilità. In realtà, una tale concezione della cura va bene anche senza il femminismo, in quanto quello che viene idealizzato non sono le donne, ma semmai le attività non commerciali in generale. Sul meta-piano della riproduzione globale della società, la dissociazione-valore, rimane assente in queste teorie. E questo è un vero peccato, poiché la cura - o il ricorso alle attività riproduttive realizzate soprattutto dalle donne - è in origine una concezione materialista, marxista. Non voglio dire che non si debba lottare, ad esempio, per migliorare la qualità spaventosa degli ospedali e delle case di cura, o per migloramenti salariali. Solo che semplicemente non mi piace per niente il kitsch che si esprime nei concetti di lotta come "rivoluzione della cura". Né l'assurdità secondo cui si potrebbe trasfomare questa società in una società della cura...

F.H.: Questo vale anche per le teorie postmoderne?

R.S.: Gli approcci postmoderni, di Judith Butler e Michel Foucault o dei loro allievi, a partire dagli anni 1990 sono stati soprattutto degli sforzi volti alla decostruzione delle identità. Tali approcci queer-femministi pretendono di decostruire i dualismi donna/uomo e produzione/riproduzione. Cosa che però non può che fallire, dal momento che rimane la relazione di dissociazione-valore. Se ora, improvvisamente, gli approcci queer-femministi si interessano alla critica dell'economia politica, la cosa mi sorprende. La critica dell'economia politica ed il queer femminismo sono in contraddizione, già a partire dalle loro premesse. Anche il rapporto fra femministe decostruttiviste e femministe materialiste non si poteva definire esattamente poco conflittuale. Ancora negli anni 1990, chiunque si riferiva alla grande narrativa di Marx veniva ridicolizzato come si si trattasse di un vecchio rimambito. In quell'epoca c'era ben poche femministe che si riferivano a Marx, come, ad esempio, Frigga Haug. Per quanto riguarda Regina Becker-Schmidt e Gudrun Knapp Axeli, mi sono domandata cosa avesse a che fare la loro ricerca con Marx e con la teoria critica. Ritengo che allora fosse anche difficile, per la critica sociale radicale, essere presi sul serio nel mondo accademico. Questo ha a che fare anche con l'istituzione di studi sulle donne e con una mutazione verso gli studi di genere. Politicamente socializzato nella seconda metà degli anni settanta, il femminismo era allora un movimento extra-istituzionale, anti-establishment e contro l'elaborazione teorica androcentrica. A partire dalla metà degli anni ottanta, il femminismo è stato sempre più istituzionalizzato. Per istituzionalizzarsi nelle università, aveva bisogno di legittimarsi sulla base di teorie consolidate, motivo per cui il riconoscimento della dissociazione del femminile è stato represso strutturalmente.

F.H.: Perciò la critica della dissociazione-valore è impossibile nell'università?

R.S.: Nel decennio 1980, non era poi così poco comune parlare della dissociazione del femminile. Con la crescente istituzionalizzazione e con il cambiamento di paradigma da studi sulle donne a studi di genere, di tali approcci si è persa traccia. Sono stati sostituiti da decostruttivismo, interazionismo simbolico e approcci etno-metodologici. In seguito, la teoria femminista è stata sempre più reificata ed ha insistito sempre più visibilmente sulle identità. A causa di questa focalizzazione sulle identità, le strutture di base della società non sono state più affrontate. Anche il movimento delle donne ha finito per concentrarsi sempre più su tutto ciò che è locale e particolare. Nella postmodernità, ha prevalso un sentimento di rifiuto del generale, nel decennio dei novanta le grandi teorie erano malviste.

F.H.: E tutto questo è cambiato?

R.S.: C'è stata un'oscillazione. Diventata visibile nel corso della metà del primo decennio del 21° secolo, con il "Donne, pensate economicamente!" di Nancy Fraser. Fraser criticava il fatto che il movimento delle donne si fosse collocato in maniera troppo integrata rispetto all'ordine esistente. La decostruzione aveva finito per diventare favorevole al neoliberismo.

F.H.: Quindi, tutto può essere ricondotto all'economia?

R.S.: Per me non si tratta di spiegare, o di derivare tutto a partire dalla forma del valore. Bisogna considerare il piano culturale-simbolico, non dobbiamo usare solamente il linguaggio ed il discorso come sostituto della totalità. Anche il piano socio-psicologico è importante. Dobbiamo vedere la dissociazione-valore in quanto contesto di base. Ho sempre detto questo. Spesso mi sono sentita fraintesa - anche da parte dei fan della critica del valore. Costoro recepiscono i miei scritti di critica dell'economia, e, ovviamente, anche quelli di Robert Kurz, ma ignorano i passaggi che portano alla critica della dissociazione-valore. C'è da perdere le pazienza. Assai spesso vengo definita a partire da Robert Kurz. "Krisis" è sempre stata una banda di uomini. Ho dovuto lavorare con insistenza sull'androcentrismo di Robert Kurz, prima di arrivare a che egli si unisse alla mia teoria della dissociazione-valore. È stata un dura lotta per introdurre il femminismo nel gruppo degli uomini. In quanto donna, non mi sentivo presa sul serio, ma senza lotta non si ottiene niente. Ho lottato su due fronti - contro il decostruzionismo e contro gli uomini di "Krisis".

F.H.: Questa lotta ha portato alla scissione del gruppo Krisis e ad EXIT! ?

R.S.: Dal momento che ero una delle poche donne, mi è stata attribuita la colpa della scissione di Exit! e del gruppo Krisis - il che è assurdo. La questione era quella di sapere se la dissociazione fosse un aspetto della totalità, oppure se la dissociazione-valore è il contesto di base del patriarcato produttore di merci. La dissociazione-valore è stato uno dei motivi della separazione, ma non l'unico.

F.H.: Cosa ne pensi della crisi e del rafforzamento dei movimenti di destra?

R.H.: Sto scrivendo un saggio a proposito di queer, genere e svolta a destra. La mia tesi è che il queer ed il genere si incastrano bene nel neoliberismo e nell'ideologia della flessibilità. Inoltre, queer assai spesso non è altro che uno slogan da party e, pertanto, si integra nel migliore dei modi nella società del divertimento degli anni novanta. Ora, il divertimento è finito, e l'atmosfera è cambiata: lo sviluppo della crisi accelera, il risentimento è tornato e si volge contro i cosiddetti gruppi marginali. Prima è stato tentato di decostruire il razzismo, l'antiziganismo e l'antisemitismo - ma ora, a fronte della crisi, queste teorie superficiali, con il loro disprezzo per Marx e per la psicoanalisi, fanno una ben magra figura. La crisi, di fatto, non sarebbe stata evitata, anche con la conoscenza delle strutture sociali profonde, ma, quanto meno, avremmo avuto una valutazione realistica del presente. È già da tempo che vediamo la crisi fondamentale anche nel Sud dell'Europa, Grecia, Spagna, ecc., nella crisi finanziaria e nella caccia agli speculatori, nella relazione di crisi fra globalizzazione e Stato-nazione. Per non parlare del collasso della periferia. È qui che emerge l'identità di genere come ultimo bastione, quando non c'è più nient'altro di sicuro. Contro tutto questo, la decostruzione aiuta ben poco. Ovviamente, sono d'accordo che in una società emancipata la sessualità polimorfa dovrebbe essere vissuta, ma senza desublimazione repressiva. Nel capitalismo, la sessualità liberata non è realmente libera. Vale a dire, non basta riferirsi ad un'identità, o a un'identità differente, su un piano identitario.

- Pubblicato originariamente sulla rivista Jungle World nº 44, del 3 novembre 2016 -

fonte: EXIT!

domenica 4 dicembre 2016

Disertare

acciaio

Le strade roventi popolate da orde di mendicanti, da cortei funebri, da bande militari tedesche che incedono con grande strepito, dai temuti Ussari della morte che sfilano in tutto il loro minaccioso splendore, da individui affamati e senza casa che si aggirano con espressione apatica, indifferente. Il gigantesco cantiere sulla Vistola dove gli operai – russi, ebrei e polacchi – si sfiancano assonnati e indolenziti, perennemente sovrastati dal fragore delle onde, dal rombo dei macchinari, dal ruggito delle voci che sbraitano in varie lingue. È la Varsavia che accoglie Binyamin Lerner, reduce da nove mesi sul fronte galiziano nella fanteria dello zar. E più che mai deciso a sopravvivere, anche a prezzo della diserzione, a conquistare il suo destino in un mondo divelto dalle fondamenta: a contrastare, acciaio contro acciaio, l'inesorabile violenza della Storia. Una violenza che Singer ha vissuto sulla propria pelle e nella quale – mentre seguiamo Binyamin dal vertiginoso caos di Varsavia a una comune agricola in Polesia e infine a Pietroburgo, cuore della Rivoluzione – ci sprofonda, letteralmente, con la prodigiosa maestria che i molti lettori della Famiglia Karnowski hanno imparato a conoscere.

(dal risvolto di copertina di: Israel J. Singer: Acciaio contro acciaio, Adelphi)

Un disertore nel caos della storia
- di Giorgio Montefoschi -

Dopo nove mesi trascorsi sul fronte galiziano nella fanteria dello zar, il giovane ebreo polacco Binyamin Lerner torna nella sua città: Varsavia. Siamo nel cuore della Prima guerra mondiale, e all’inizio di Acciaio contro acciaio, il romanzo di Israel J. Singer pubblicato da Adelphi. La Polonia, terra di eterne contese, è al momento sotto il dominio dei russi, ma tutte le voci parlano della forte probabilità che l’esercito tedesco prenda il loro posto. Varsavia è immersa in una cappa di caldo massacrante. Il ponte sulla Vistola, che gli artificieri stanno minando per farlo saltare nel caso di una imminente ritirata, è invaso da una turba di gente che va e viene, creando un ingorgo mostruoso: soldati, fuggiaschi, malati, poveracci, animali, carrozze, camion, un corteo funebre ebraico, convogli militari. Sotto, a poche decine di metri da questa trappola immane, un gruppo di ragazzi e di ragazze sguazza felice nelle acque del fiume. E più avanti, un negozio di vestiti continua a tenere i modelli in vetrina, qualcuno ha comprato un mazzo di fiori. Varsavia sembrerebbe uguale a nove mesi prima. Invece c’è la guerra. E Lerner dovrebbe presentarsi al comando per tornare in prima linea. Ma il fiume è un’attrazione troppo forte. Anche lui scende vicino all’acqua, si sveste dei panni da soldato, cede al sonno.
Quando si sveglia — troppo tardi: ormai è diventato un disertore — l’unico rifugio possibile è la casa di suo zio: Reb Baruch Yosef. Viene accolto a braccia aperte, ma anche con qualche preoccupazione, perché i delatori sono ovunque; e passa qualche giorno. Una notte, Gitta, la figlia di Baruch Yosef, che di Binyamin è stata innamorata fin dalla fanciullezza, entra in silenzio nella sua stanza per osservare il ragazzo che dorme. È una notte di luna: riflessi meravigliosi si distendono sui suoi capelli neri. Binyamin si sveglia. «Mi ami ancora come una volta?», lei gli sussurra.
È una pausa, questa, destinata a durare ben poco. Reb Yosef, un visionario caparbio, è stato costretto ad abbandonare la sua tenuta al confine austriaco, ha fatto le speculazioni che era meglio non facesse, e ora è alle soglie dello stremo. Un ricco amico ebreo, tale Yekel Karlover, che invece ha saputo indovinare le speculazioni giuste, e vorrebbe sposare Gitta, non manca un giorno di farsi vivo con omaggi alla ragazza che lo rifiuta, proposte di affari al padre ed eventuale futuro suocero che, al contrario, in questo matrimonio vede la sua resurrezione. È una situazione parecchio complicata, che l’ostinazione a negarsi di Gitta, l’invadenza del pretendente, l’ira del suocero mancato, e soprattutto la presenza del vero ostacolo alle nozze, vale a dire Binyamin, rendono incandescente.
Lerner, dunque, abbandona la casa. È di nuovo un disertore, un uomo solo, nel mezzo di una città indescrivibile: profughi ebrei ammucchiati sui carri, sensali ebrei alla disperata ricerca di un abboccamento con un ufficiale russo, ambulanze stipate di moribondi e feriti, operai a torso nudo, odore di sangue, di catrame bollente. Poco più avanti: «Automobili cariche di ufficiali e donnine allegre che ogni tanto perdevano una piuma di struzzo, carrozze decorate con fiori e nastri di raso bianco» dirette a un ricevimento di nozze.

Ma i tedeschi avanzano, sono alle porte. E arrivano finalmente. I polacchi li guardano stupiti, con quei loro elmetti con il chiodo, e dicono: come sono piccoli i tedeschi. Ora, il grande ponte è stato distrutto e bisogna rimetterlo in piedi. Lerner si presenta e chiede di essere assunto. La sua baracca sembra la Torre di Babele: ci sono pericolosi criminali lasciati dai russi in ritirata, ebrei timorati di Dio ridotti pelle e ossa, minatori corpulenti, effeminati rampolli della nobiltà terriera, prigionieri di guerra, esiliati rispediti indietro dalla Siberia per combattere, contadini russi colmi della loro rassegnazione secolare. Intanto, è arrivato l’inverno: venti sferzanti portano i primi fiocchi di neve, gonfiano le onde scure del fiume, ghiacciano la melma nella quale questa moltitudine di derelitti trascina i tronchi, i propri corpi estenuati, le pietre, le catene. E la notte, nelle baracche, è un inferno: litigi, botte, ferite. Solo gli ebrei ortodossi, gli hassidim che hanno conservato i loro capelli lunghi, riescono a mantenere intatta la propria dignità umana: lavorano pur essendo incapaci, subiscono gli insulti senza protestare, rifiutano di ribellarsi, la notte — una volta Binyamin se ne accorge — si riuniscono davanti al muro di legno della baracca e insieme, a bassa voce, cantano le loro dolci preghiere.
Quella, dopo la notte di luna in casa di Reb Baruch Yosef, è la seconda e ultima oasi di quiete delle vicende che col loro incalzare travolgono ogni personaggio, ogni evento, ogni barriera verso un futuro cupo e ignoto. Ci sarà una rivolta. Lerner fuggirà e rincontrerà Gitta e nella casa di una benefattrice ebrea che alle pareti ha i santini di Cristo, torneranno ad amarsi. Si separeranno. Di nuovo si incontreranno e seguiranno un altro benefattore ebreo, che con la guerra ha guadagnato milioni, nelle sue terre per ricostituire una comunità di lavoro. Scoppierà il tifo. Gli ospedali si riempiranno di malati e di medici valorosi che non hanno nulla per curarli. I pidocchi nidificano sulle teste dei ragazzini. Le ragazze vengono stuprate dagli ufficiali tedeschi. Grossi ratti rubano gli ultimi chicchi di grano rimasti negli interstizi dei granai. Una donna senza gambe rimane incinta.
Tutti sono contro tutti. Gli ufficiali tedeschi, la notte dell’ultimo dell’anno, fanno venire dieci prostitute che ballano nude e si scatena prima un’orgia, poi una seconda rivolta. La guerra continua. Dal fango emergono cadaveri seppelliti in superficie che devono essere seppelliti più dentro la terra. Nei prati si allungano cimiteri immensi con le croci cristiane, le mezzelune, le lapidi ebree. L’umanità è lontana, sparita, perché gli uomini come tali non si riconoscono più, quando i giornali comunicano che a Pietroburgo c’è la rivoluzione. Allora Lerner va a Pietroburgo. Non si può dire che è pieno di speranza: va a Pietroburgo, sospinto dal movimento inconsapevole che lo sovrasta, e sovrasta chiunque, in questi disperati momenti, in questa sterminata regione del dolore che dall’Europa centrale va fino a Mosca e alle steppe. E a Pietroburgo, con l’assalto al Palazzo d’Inverno, si conclude il grandioso «romanzo del movimento», che non ha dato e non poteva dare tregua al lettore, e adesso sembra un gigantesco quadro futurista, con torri, elmetti, cannoni, e gli uomini, fermati per sempre nell’acciaio.

- Giorgio Montefoschi - Pubblicato su Il Corriere della Sera del 17 giugno 2016

venerdì 2 dicembre 2016

IL DESIDERIO DI SERVITU' VOLONTARIA

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La storia insegna che non sono mai i despoti a fare gli schiavi, ma gli schiavi a fare i despoti. 

Quando una votazione è imposta da un governo non eletto e approvata da un Parlamento illegittimo, con un quesito referendario in cui si rimescola un mazzo di carte false; quando tutti i poteri forti, finanziari, politici e istituzionali internazionali si buttano unanimemente nella mischia per orientare univocamente un risultato del​ voto italiano​ - prospettan​do​ apertamente ricattatorie conseguenze del voto contrario; quando perfino il capo di un governo sine titulo entra in lizza con​ mezzi di corruzione di massa sottratti allo Stato​; quando tutto questo succede senza vergogna e senza rivolta​ davanti ai nostri occhi, allora si è costretti a concludere che questa chiamata alle urne ha in realtà lo scopo principale di contare gli schiavi.

​Un regime già​ post-costituzionale vuole ora inaugurare un dispotismo consensuale, modificando una costituzione già ripetutamente e impunemente violata. Domenica 4 dicembre questo regime vuole contare i consensi dei servi volontari. Tutti i poteri hanno sempre esaudito il desiderio di assoggettamento dei sudditi. Il nostro vorrebbe così inaugurare, in sordina, una moderna forma di servitù volontaria.

Dopodiché, se il desiderio di assoggettamento sarà maggioritario, non sarà più necessario sottoporre altri quesiti all'approvazione dei sudditi, e si potrà procedere nella direzione intrapresa. O No?

- Gianfranco Sanguinetti -

giovedì 1 dicembre 2016

La politica, a pezzi

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Sono qui raccolti i frammenti e gli appunti di Walter Benjamin riconducibili alla sua intenzione di scrivere una Politica. Si tratta di un progetto che lo accompagnò dal 1919 al 1921 e che – tra scritti annunciati, in corso di elaborazione, in via di pubblicazione e altri irrimediabilmente andati perduti – non ha mai visto luce. In questo libro si tenta per la prima volta di restituirne una configurazione attraverso i frammenti che ci sono pervenuti: quelli di cui è possibile attestare direttamente l’appartenenza all’«arsenale» della Politica e quelli che, seppur senza un riscontro diretto, è possibile riferire alla sua costellazione per cronologia, tematica e terminologia. Tra gli altri, La Politica comprende alcuni dei frammenti più noti di Benjamin, come il Frammento teologico-politico e "Capitalismo come religione", spesso considerati quasi scritti a sé stanti, e che invece trovano proprio nella Politica il loro contesto originario. Questo libro si compone inoltre di altre due parti, "Antropologia" e "Sulla menzogna", i cui frammenti – sebbene risalgano al medesimo periodo – non è possibile attribuire inequivocabilmente al progetto della Politica, ma rappresentano tuttavia una risorsa essenziale per una sua più piena e profonda comprensione. Infine, in Appendice, è presentata una nuova traduzione di Sulla critica della violenza, in assoluto uno dei saggi benjaminiani più celebri e discussi, che della Politica è l’unico testo non rimasto allo stato di frammento e pubblicato in vita da Benjamin.

(dal risvolto di copertina di: Walter Benjamin: La Politica e altri scritti, a cura di Dario Gentili)


Walter Benjamin, la felicità profana degli uomini
- di Roberto Ciccarelli -

Filosofo dei frammenti, e del loro montaggio, Walter Benjamin ha fatto di necessità virtù. La sua esistenza nomade, alla prese con una precarietà che non ha nulla da invidiare alla nostra, si è conclusa in fuga dai nazisti con un tragico suicidio. Un’esistenza costellata di illuminazioni e anticipazioni sulle quali si continua ancora a riflettere. L’ultimo caso è quello della «Politica»: sin da giovane il filosofo aveva concepito un’opera organica di cui si conoscono frammenti notissimi come Sulla critica della violenza, pubblicata nel 1921. La Politik è al centro di una discussione intensa almeno quanto le discussioni sulla valigetta che Benjamin portava sempre con sé e che si pensa custodisse il suo ultimo lavoro, un libro a cui il filosofo diceva di tenere più che alla sua vita. Oggi non è possibile ricostruirla completamente, ma dai frammenti emergono lampi significativi. È questo il tema de La politica e altri scritti (Mimesis, pp.122, euro 12), un volume per il quale il curatore Dario Gentili ha scelto un filo conduttore che, pur non rispettando la disposizione dei materiali nell’opera completa, permette di organizzarli secondo un ordine tematico e cronologico. Per ricostruire il senso di questa opera incompiuta è decisiva la corrispondenza con l’amico e filosofo Gershom Scholem. In questi scritti Benjamin lega la «verità» all’opera «comune» che gli uomini possono fare insieme. A differenza di una lunga tradizione iniziata con Weber, il politico non è una personalità o individualità, ma si dà nella radicale immanenza dell’opera comune degli uomini. In questo consiste la loro felicità profana. La politica, nella sua caducità, non aderisce a ciò che esiste, ma adempie a un compito messianico. Accompagnato da visioni materialistiche, il messianesimo comunista di Benjamin procede in senso inverso rispetto alla teologia e alla volontà di rappresentare il Regno di Dio sulla Terra. Tra l’anarchismo giovanile e la stagione marxista della maturità la distanza è notevole, ma esistono alcune costanti. In questa raccolta di frammenti emergono due idee che Benjamin ha coltivato ancor prima di scoprire il materialismo: la rivoluzione è «innervazione degli organi tecnici della collettività» e «scassinare la teleologia naturale». Concetti che ribaltano molte versioni del materialismo che ha ignorato il fatto che la tecnologia è un fenomeno sociale e incarnato nella forza lavoro. Per non parlare della filosofia della storia che ha legato il comunismo alla teleologia naturale. Per Benjamin nulla è irreversibile, la tecnica è una questione politica, la politica si dà quando l’azione non ha uno scopo finale, ma è l’espressione di una felicità comune.

- Roberto Ciccarelli - Pubblicato su Il Manifesto del 26 ottobre 2016 -

benjbabel

mercoledì 30 novembre 2016

A/Traverso

mediterraneo

S’intitola "Is the Mediterranean the New Rio Grande? Us and Eu Immigration Pressures in the Long Run" («Il Mediterraneo è il nuovo Rio Grande? Pressioni migratorie a lungo termine negli Usa e nell’Ue») l’articolo degli economisti Gordon Hanson e Craig McIntosh pubblicato sul fascicolo autunnale della rivista «Journal of Economic Perspectives».

Il Rio Grande nel Mediterraneo
- L’immigrazione negli Usa frena, da noi accelera sempre più. Aiutare i Paesi d’origine non basta: la causa è la demografia -
di Enrico Moretti

Decine di migliaia di migranti sono arrivati in Europa negli ultimi due anni. I media in Italia e in altri Paesi europei descrivono questo fenomeno come un problema acuto e connesso a fattori temporanei dovuti a conflitti militari e instabilità politica. L’impressione che emerge è di un momento di crisi dovuto a cause contingenti, come la guerra in Siria e in Iraq o il caos politico e militare in Libia e Afghanistan. Negli Stati Uniti, la percezione dei flussi migratori è esattamente opposta. L’opinione pubblica, abituata da decenni a milioni di immigrati in arrivo dal Messico e dal resto dell’America Latina, vive i flussi migratori come un aspetto permanente della società americana, nel bene e nel male. La realtà è molto diversa dalla percezione, sia in Europa che in America. Il problema dei migranti in Europa è un problema strutturale destinato ad acuirsi nei prossimi due decenni, con flussi migratori in accelerazione. Invece, nonostante il ruolo enorme che questo problema ha avuto nelle elezioni presidenziali vinte da Donald Trump, i flussi migratori dal Messico verso gli Stati Uniti sono già diminuiti significativamente negli ultimi dieci anni e continueranno a rallentare.

Le ragioni di questi trend hanno a che vedere con cambiamenti profondi nelle dinamiche demografiche nei Paesi di origine. Non se ne parla molto, ma le dinamiche demografiche, e in particolare l’evoluzione dei tassi di natalità, sono una delle cause più importanti dei flussi migratori, perché il numero di giovani tra 16 e 30 anni è il fattore principale che determina il numero di migranti da un Paese di origine. Paesi con tassi di fertilità alti tendono ad avere un numero crescente di giovani tra i 16 e i 30 anni. I dati ci dicono che questi giovani hanno difficoltà ad essere assorbiti dal mercato del lavoro nazionale e quindi hanno un’alta propensione a migrare. Paesi con tassi di fertilità bassi producono flussi di migranti minori, a parità di condizioni economiche. Uno studio recente di Gordon Hanson e Craig McIntosh, economisti all’Università della California a San Diego e tra i massimi esperti di migrazioni, quantifica i flussi migratori verso Europa e America nei prossimi due decenni. Lo studio, pubblicato dal «Journal of Economic Perspectives» (del quale sono direttore), mostra che i Paesi africani da cui storicamente partono i migranti diretti verso l’Europa sono in pieno boom demografico. Nei prossimi 35 anni l’Africa raggiungerà un miliardo e 300 milioni di abitanti. Paesi come Ciad, Eritrea, Mali e Nigeria avranno un numero di giovani altissimo, ed enormi difficoltà ad assorbirli. Il numero di migranti in partenza dall’Africa diretti in Europa si triplicherà. Anche i Paesi mediorientali sono in pieno boom demografico, il che implica un aumento ulteriore dei migranti. I Paesi più colpiti dall’aumento saranno Spagna, Italia e Gran Bretagna, perché gli immigrati che si stabiliscono in questi Paesi vengono da nazioni d’origine in cui il boom demografico è più pronunciato. Invece la migrazione verso gli Stati Uniti continuerà a rallentare. Il Messico sta diventando una società sempre più urbana e sempre meno fertile. Proprio com’è accaduto nel Sud dell’Italia a partire dagli anni Ottanta, lo sviluppo economico, l’urbanizzazione accelerata, l’evoluzione del ruolo della donna e la modernizzazione culturale hanno alterato profondamente la famiglia tipica. Se negli anni Sessanta la donna messicana media aveva 6,8 figli, oggi ne ha 2,2. Il Messico e il resto dell’America Latina stanno invecchiando rapidamente e non deve quindi stupire se ci sono sempre meno giovani disposti a partire per gli Stati Uniti. Per la prima volta nella storia, il numero di messicani negli Stati Uniti negli ultimi cinque anni non è aumentato, ma diminuito. Hanson e McIntosh concludono che nei prossimi vent’anni il Mediterraneo diventerà per l’Europa quello che il Rio Grande è stato per gli Stati Uniti nell’ultimo mezzo secolo, un punto di passaggio per milioni di migranti in viaggio verso Nord. Le implicazioni per l’Italia e l’Europa sono profonde. Anche se la guerra in Siria e l’instabilità in Libia e Iraq e altri Paesi mediorientali dovessero magicamente scomparire domani, l’Italia e l’Europa devono prepararsi a ondate migratorie crescenti e in accelerazione
fino almeno al 2035. Questi flussi migratori saranno di dimensioni tali da avere un effetto profondo anzitutto sul nostro mercato del lavoro e sulla nostra economia e più in generale su quasi tutti gli aspetti della vita nazionale, dalla politica alla cultura all’identità stessa della nostra società.

Quest’analisi ha due importanti implicazioni di politica estera per i Paesi europei. Primo, politiche di aiuto che accelerino la transizione demografica nei Paesi di origine, come campagne anticoncezionali, sviluppo dei sistemi previdenziali e sanitari, modernizzazione del ruolo della donna nel mercato del lavoro, sono sicuramente auspicabili per molte ragioni, ma non avrebbero alcun effetto sull’immigrazione dei prossimi due decenni. La ragione è che i giovani tra i 16 e i 30 anni che partiranno dal Medio Oriente e dall’Africa verso l’Europa tra il 2016 e il 2035 sono già in gran parte nati.
Secondo, politiche di aiuto focalizzate sullo sviluppo economico dei Paesi di origine favorirebbero la riduzione almeno in parte del problema e dovrebbero essere una delle priorità della politica estera europea nei prossimi anni. Se l’economia dei Paesi di origine accelerasse, il loro mercato del lavoro potrebbe assorbire un numero maggiore di giovani. Il boom demografico causerebbe comunque un aumento di migranti diretti in Europa, ma l’aumento sarebbe quantitativamente più contenuto e più gestibile. Ogni punto di Pil aggiuntivo in un Paese di origine si traduce direttamente in decine di migliaia di migranti in meno alle porte dell’Europa. Ci sono molte ragioni per cui politiche di aiuto che favoriscano la crescita economica nei Paesi mediorientali e africani sono nell’interesse dell’Europa, ma questa è di gran lunga quella più urgente.
In Europa come in America l’immigrazione è al centro del dibattito politico. Paura, pregiudizi e ondate di populismo ignorante e a volte violento accomunano fenomeni come la vittoria di Donald Trump, la Brexit, il successo elettorale dei partiti xenofobi europei, dall’Austria all’Olanda, dalla Danimarca alla Francia.
Quello di cui non ci si rende conto è come il quadro sia destinato a evolversi significativamente nei prossimi anni.
L’immigrazione verso gli Stati Uniti continuerà a rallentare fino a scomparire dal dibattito politico, quella verso l’Europa continuerà ad accelerare. Per gli Stati Uniti l’immigrazione è un problema del passato; per l’Europa è un problema del presente e soprattutto del futuro.

- Enrico Moretti - Pubblicato sul Il Corriere/La Lettura del 13 novembre 2016 -

martedì 29 novembre 2016

Nell'urna, con una pietra al collo

banchiere a zurigo

La lunga depressione in Italia
- di Michael Roberts -

Il prossimo fine settimana l'Italia ha un referendum. Il primo ministro italiano blairiano (clintonesco) Matteo Renzi al governo della coalizione democratica di centro-sinistra ha indetto un referendum, nello stile britannico di Cameron, per "riformare" la costituzione.[...]
Renzi ha puntato la sua reputazione politica e la sua posizione come premier sulla vittoria in questo referendum, come ha fatto David Cameron in Gran Bretagna con il referendum sulla Brexit. E, secondo i sondaggi, sembra che sia diretto verso la medesima sconfitta di Cameron, gettando nella confusione, nell'incertezza e nella paralisi un altro grande Stato capitalista.
Ma tutto è relativo - in fin dei conti, la politica e l'economia italiana sono rimasti in uno stato di paralisi per decenni, con una situazione che dalla fine della Grande Recessione non ha fatto altro che peggiorare. L'Italia si trova ora in una Lunga Depressione alla quale non sembra in grado di sfuggire.

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Il problema immediato per l'Italia, sono le banche italiane. Attualmente, le banche europee detengono 1 trilione di euro di quelli che vengono chiamati "non-performing loans" [prestiti non performanti: attività che non riescono più a ripagare ai creditori il capitale e gli interessi dovuti]. Di questo trilione, circa un terzo è detenuto da banche italiane. Questi "bad debits" sono come una macina da mulino legata al collo del settore finanziario italiano. La miriade di piccole banche regionali e di grandi banche nazionali hanno fatto prestiti a piccole imprese e società immobiliari. Ma migliaia di queste piccole aziende hanno fatto bancarotta e non possono ripagare i loro debiti dal momento che l'economia ristagna.
Come ho scritto nel mio libro, "The Long Depression" (capitolo 9), fra le prime sette economie capitaliste, in qualche modo l'Italia è quella che si trova nella situazione più terribile. Il capitale italiano, già prima della Grande Depressione si trovava in una situazione di stagnazione. La redditività era in calo fin dal 2000, ed ora è scesa di un altro 30% rispetto al 2004. L'investimento netto si è prosciugato e la produttività del lavoro non cresce nemmeno lentamente, come avviene nelle altre maggiori economie, ma si contrae direttamente. Dato che la Lunga Depressione in Europa continua, l'Italia non può recuperare.

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E come risultato di tutto questo, le banche si trovano vicine al fallimento. Gli analisti bancari ritengono che se Renzi perde il referendum fino ad otto banche - guidate dalla terza più grande e più antica banca italiana, il famigerato Monte dei Paschi - rischiano il fallimento. Questo perché i potenziali investitori in tali banche, di cui quest'ultime hanno disperato bisogno se vogliono estinguere i loro "bad debits", non cacceranno i soldi.
Ho fatto qualche semplice stima delle probabili perdite cui andranno incontro le banche italiane (basate sul recente rapporto finanziario della Banca d'Italia). Fino ad oggi, le banche hanno prestato 2 trilioni di euro alle imprese italiane e alle famiglie. Circa 330 miliardi di questi prestiti sono "bad" (vale a dire che non verranno restituiti) Si tratta all'incirca del 20% del PIL italiano. Le banche hanno accumulato riserve per circa 150 miliardi di euro, al fine di coprire le potenziali perdite, e ci si può aspettare che venderanno alcuni dei beni delle imprese che sono fallite nel corso del tempo. Anche così, continuerebbe ad esserci una perdita potenziale di circa 100 miliardi di euro, se prendono il toro per le corna ed estinguono questi "bad loans". Ciò potrebbe annientare completamente il valore delle azioni degli investitori in molte di queste banche. Ad esempio, il Monte dei Paschi subirebbe un colpo nove volte superiore a quello che è adesso il valore della banca sul mercato azionario. E la maggior banca, l'Unicredit, che si suppone dovrebbe aiutare le altre piccole banche al collasso come il Banco Veneto, verrebbe spazzata via anch'essa. Infatti, Unicredit vuole aumentare il capitale di 13 miliardi di euro per poter rimanere a galla.

Si può calcolare che un piano di salvataggio delle banche verrebbe a costare almeno 40 miliardi di euro, solo per permettere alle banche più grandi di poter rimettersi in piedi. E da dove dovrebbe provenire un simili piano di salvataggio? Il governo Renzi ha istituito un fondo speciale chiamato Atlante, che è stato finanziato dal altre banche più grandi, con un piccolo aiuto da parte dello Stato. Questi ci ha messo solo 4 miliardi, la maggior parte dei quali sono già stati spesi, senza risultato, per il Monte dei Paschi. Ma c'è di peggio. Secondo le nuove regole bancarie europee, volute dalla Germania, lo Stato non può essere usato per salvare le banche. Per salvare le banche devono essere usati gli azionisti e gli obbligazionisi, almeno da principio.

Questo suona bene, si potrebbe dire. Facciamo pagare gli azionisti. Ma il problema sta proprio qui. Le banche italiane si sono impegnate in un volgare "mis-selling" [una strategia consapevole di vendita di prodotti inidonei a soddisfare l'interesse previdenziale del cliente] nei confronti dei loro clienti e dei loro risparmi. I clienti sono stati incoraggiati a "salvare", comprando le obbligazioni della banca - in altre parole a fare un prestito proprio alla banca. Così centinia di migliaia di anziani (non così tanto ricchi) ora, se la banca cancellasse i suoi "bad debits" e ricapitalizzasse usando i propri debiti (obbligazioni a zero), perderebbero tutti i loro risparmi. Sarebbe dinamite politica, oltre a causare la miseria di centinaia di migliaia - e la cosa è già avvenuta per i "salvatori" con Banco Veneto e con il Monte dei Paschi.

Renzi ha fatto pressioni sui leader tedeschi ed europei per allentare le regole e permettere che vengano usati fondi statali (preferibilmente fondi di "stabilità" europei, che sono disponibili) per attuare il salvataggio delle sue banche. Ma i tedeschi sono rimasti ostinatamente aggrappati alle regole, in quanto il salvataggio degli italiani, dopo la Grecia, costituisce un anatema e sarebbe benzina sul fuoco euroscettico per quanto riguarda le prossime elezioni tedesche del 2017.

Quindi, se domenica il voto sarà contro Renzi, gli investitori italiani ed internazionali saranno assai riluttanti a scucire i fondi necessari alle banche italiane in quanto temono che il governo cadrà e che ci sarà la possibilità che alle prossime elezioni venga sostituito da un'alleanza populista guidata dai 5 stelle, che è già uscita vincente nelle elezioni per il sindaco di Roma e di Torino, e che risulta in testa nei sondaggi.
Ci potrebbe essere in Italia una leadership "populista" fuori dal controllo delle élite, e questa volta non si tratterebbe di Berlusconi?
Nella migliore delle ipotesi, ci sarà un governo che non sarà in grado di attuare in Parlamento delle "riforme" nell'interesse del capitale, vale a dire la riduzione dei diritti dei lavoratori; maggiori privatizzazioni e tagli alla Spesa.

È possibile che Renzi riesca a vincere il referendum contro tutte le aspettative. Ma anche se questo avviene, il problema delle banche rimane. Ed il problema delle banche non è altro che un sintomo del fallimento del capitalismo italiano e della paralisi della sua élite politica.
L'Italia rimane in depressione, e non c'è stato ancora un nuovo collasso.

- Michael Roberts - Pubblicato il 28 novembre 2016 -

fonte: Michael Roberts Blog

domenica 27 novembre 2016

Winter is Coming!

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In un mondo sempre più veloce e metropolitano, tra cemento e smartphone, fermarsi a contemplare e praticare l’antica arte del legno può essere un’inattesa via di salvezza. Il norvegese Lars Mytting ci racconta passo passo come si scelgono gli alberi, come si tagliano, come si accatasta la legna e come la si mette da parte per farla asciugare e poi, alla fine, bruciare. Ma mentre ci parla di taglialegna, di motoseghe e di camini, quello che poteva sembrare un semplice manuale pratico diventa una meditazione sull’istinto di sopravvivenza e sul rapporto tra uomo e natura, fatto di tempi lunghi e silenzi. Una lezione di vita, pragmatica e spirituale al tempo stesso, che poteva provenire solo dalle fredde terre scandinave, dove gli uomini da secoli si tramandano le tecniche e le abilità necessarie alla lavorazione del legno ma anche la pazienza e il rispetto nei confronti delle foreste, di quegli alberi che consentono di costruire le case e riscaldarle col fuoco. 

(dal risvolto di copertina di: Lars Mytting: Norwegian Wood, Utet, traduzione di Alessandro Storti, pagg. 246 euro 22)

Lo strano caso del bestseller per taglialegna
- di Marco Belpoliti -

Anche se non tagliate la legna, anche se non la accatastate per l’inverno, anche se non avete una stufa e abitate in zone temperate, irradiate dal sole tutto l’anno, questo libro è per voi. S’intitola come un romanzo di Murakami, come una canzone dei Beatles, “Norwegian Wood”. L’ha scritto un giornalista e narratore norvegese, Lars Mytting; è stato tradotto in dieci paesi. Perché? Perché è un manuale. Acqua. Perché parla di un’antica attività umana? Fuochino. Perché è un antimanuale? Fuochetto. Perché parla di una cosa che vi riguarda in ogni caso, sia vi apprestiate a farla oppure no? Fuoco!
Mytting racconta in modo ponderato e insieme ironico, cioè serio. C’è però il sospetto che il successo del libro l’abbia decretato, oltre all’argomento, il luogo d’origine dell’autore: il Nord Europa. 500 mila copie, forse lassù? Possibile. Ma in un mondo in cui i manuali sono tra le cose più vendute (manuali per fare tutto), Lars Mytting racconta in modo convincente il metodo scandinavo per tagliare, accatastare e scaldarsi con la legna. Ha il grande merito di sviscerare la cosa, facendo intravedere la complicazione del semplice. Non sono così i veri manuali? Mostrare come le cose semplici in realtà sono assai complesse. Andiamo con ordine. La prima cosa che si comprende leggendo il libro è che dietro al metodo scandinavo ci sono degli uomini e delle donne, gente perfettamente normale. Quando si osservano le fotografie di chi ha tagliato e accatastato enormi quantità di legna, si scoprono facce qualunque, da vicini di casa (bei vicini di casa, naturalmente). Sono rilassate e rilassanti. Se ce la fanno loro, si pensa, posso farcela anche io. A fare cosa? A scegliere l’accetta giusta, la motosega quasi perfetta, a innalzare cataste circolari di legno di faggio, a decidere l’acquisto della stufa a combustione pulita che non inquina. Il motto di Mytting, che è un po’ il cuore del suo scrivere, suona così: «Incidere sulla qualità della giornata, ecco la più sublime delle arti». Non sulla qualità della vita, che sarebbe troppo anche per un tagliatore di alberi, un accatastatore di tronchi, un segatore di ciocchi. L’autore, per nostra fortuna, non è un ecologista talebano. Nel bene e nel male questo è un libro maschile, anche se, oltre la risolutezza maschile, possiede una delicatezza femminea, quella dell’amante del legno (le divinità del bosco sono quasi tutte femminili, almeno quelle benefiche, e l’albero di genere femminile). Il primo capitolo è dedicato al gelo. Padre di tutti le donne e gli uomini del Nord, il gelo è un’occasione, non un nemico. La gioia dello spaccalegna apre questa sezione del volume, cui segue il capitolo sulla foresta. Sembra facile abbattere un albero, attività cui i nostri progenitori si dedicavano con immancabile solerzia e metodi sommari. Ma anche ricorrendo a una strumentazione sofisticata, non è così. Bisogna sapere prima di tutto quando farlo. Prima che la linfa cominci a crescere, quando il tasso di umidità dell’albero è basso, quando gli insetti sono ancora in letargo. In Norvegia, a Pasqua. Mytting è prodigo di curiosità sugli alberi. In Svezia cresce l’albero più antico del mondo: 9.550 anni; il suo tronco non è così antico. Ha solo 600 anni; è la radice a essere vecchissima.
L’autore spiega poi come si fa a coltivare il bosco: nello stesso modo con cui si fa l’orto dalle nostre parti. Bisogna imparare a usarlo, non a distruggerlo. Possibile? Fare legna è sempre abbattere, tagliare. Si può però preservare il bosco, rispettarlo e insieme scaldarsi. Lo strumento principe di tutto è la motosega. Pagine affascinanti, con la storia di questo strumento che ha cambiato il modo con cui si taglia: «Dimmi che motosega hai comprato e ti dirò chi sei». Da diporto, da lavoro e professionali: queste le tre principali categorie. Belle le pagine sulla nascita della motosega. L’invenzione della JoBu — marca storica ora cessata — è opera di due ex-partigiani antinazisti; uno aveva una segheria, l’altro costruiva fucili. Invenzione geniale. Poi viene il capitolo sul ceppo: «Molte persone vivono i loro momenti di maggior riflessione davanti al ceppo».
Non lasciatevi ingannare, questo non è un manuale new age. Niente di più lontano da Mytting. Lui è innamorato della legna e dei modi per tagliarla. Abbacinanti le pagine sulla scure. Sembra facile sceglierne una. Non sono tutte uguali. Vi ho scoperto l’esistenza della Vipukieves finnica: l’accetta a leva, adatta ai ciocchi grossi, ricavati dagli alberi a tronco dritto. Da comprare in ogni caso, per la sua forma. A un certo punto l’autore svela il vero segreto del libro: a dedicare la maggior quantità di tempo alla legna sono i maschi con più di sessant’anni; le donne sono solo il 29% (le percentuali sono uno dei sottotesti del volume). Come potrebbe essere altrimenti? Chi ha il tempo per colti- vare il bosco, abbattere gli alberi e soprattutto tagliare i tronchi, se non i pensionati? Loro le facce nelle foto. Sono loro che pregano sul ceppo a colpi di accetta: «Il ceppo è l’altare dello spaccalegna».
Confesso che la parte più coinvolgente non è però quella del bosco, né quella sugli attrezzi, e neppure quella dedicata alla corretta posizione per lo spacco ad ascia. La parte più seducente è quella dedicata alla legnaia. «La legnaia non ti pianta in asso », così comincia. L’anziano popolo della legna avanza nel libro di pagina in pagina. Deciso, forte, sereno. Gli ultimi capitoli sono dedicati alla stufa e al fuoco. Lui è il vero signore del legno. Lui, non noi, uomini e donne, giovani e vecchi, boscaioli e cittadini. Tutto brucia e finisce in cenere. Ultimo capitoletto: «L’arte di vuotare la cenere». C’è da imparare anche qui. Morale: i gesti della legna sono gesti di esistenza. Che li facciate o no, vi riguardano.

- Marco Belpoliti - Pubblicato su Repubblica del 12 ottobre 2016 -

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