sabato 19 agosto 2017

Grandi Strategie

strategia

Ripensare la strategia di Marx
- di Jehu -

Potrebbe essere utile pensare quelle che sono le differenze nei termini del grande pensiero strategico di tre uomini quali Marx, Bakunin e Lassalle. Ciascuno di questi tre ha una sua unica idea per quel che attiene alla Grande Strategia.
Probabilmente, dei tre, Lassalle è quello più semplice da descrivere, come ci ricorda Wikipedia: «Lassalle considerava lo Stato come un'entità indipendente, come uno strumento di giustizia essenziale per la realizzazione di un programma socialista.»
Questo suo atteggiamento nei confronti dello Stato attuale si trova in netto contrasto si con l'atteggiamento di Bakunin che con quello di Marx. I quali, a loro volta, nonostante le differenze con Lassalle, hanno fra loro un punto di vista strategico del tutto differente.
In generale, quello di Bakunin viene considerato un rifiuto nei confronti di qualsiasi coinvolgimento, o qualsiasi azione, relativamente allo Stato attuale. Nella sua prospettiva proudhoniana, il punto di vista di Bakunin probabilmente può essere illustrato da questa citazione da Graham: «[Nella sua pretesa» per stabilire l'ordine tra gli uomini, [gli Stati] li dispongono immediatamente in campi ostili e, dal momento che la loro unica preoccupazione è quella di produrre servitù all'interno, la loro specialità consiste nel mantenere la guerra all'esterno. Guerra di fatto e guerra in prospettiva. I governi suscitano e manipolano i sentimenti nazionalisti, di modo che l'oppressione dei popoli ed il loro odio reciproco siano due fatti correlati, inseparabili, dove ciascuno riproduce l'altro, e che non possono arrivare ad una fine se non simultaneamente, attraverso la distruzione della loro causa comune, il governo.»
Nella teoria proudhoniana dello Stato, il governo era la «causa comune» del conflitto sociale e delle divisioni; per Marx, funzionava al contrario: non era lo Stato ad essere la causa delle divisioni sociali, bensì era esso stesso il prodotto di quelle divisioni sociali. Finché la società sarebbe rimasta divisa in classi, le classi avrebbero prodotto gli Stati che, essenzialmente, erano soltanto delle dittature di una classe su un'altra:
«Ma qualunque forma essi possono aver preso, c'è un fatto comune a tutte le epoche passate, vale a dire, lo sfruttamento di una parte della società, dall'altra parte. Non c'è da meravigliarsi, perciò, che la coscienza sociale delle epoche passate, nonostante tutta la molteplicità e tutta la varietà che esse hanno espresso, si muove all'interno di alcune forme comuni, o idee generali, le quali non possono svanire completamente se non con la totale scomparsa dell'antagonismo di classe.»

Tre pensatori, tre differenti punti di vista, tre diverse grandi strategie.
La grande strategia di Lassalle è probabilmente la cosa più semplice da capire: la classe operaia dovrebbe mirare a prendere il controllo dello Stato per mezzo del suffragio universale. Poi, utilizzerebbe lo Stato esistente per attuare riforme radicali sotto forma di un programma pratico globale.
Secondo la grande strategia di Bakunin, la classe operaia dovrebbe mirare all'immediata abolizione dello Stato. Dal momento che lo Stato è esso stesso la causa sia del conflitto sociale che delle divisioni, l'abolizione dello Stato sarebbe stato il rimedio ad entrambe le cose.
La grande strategia di Marx è con ogni probabilità quella che è meno compresa, e spesso viene equivocata. Come Bakunin, Marx credeva che la classe operaia avrebbe dovuto mirare all'abolizione dello Stato esistente. Tuttavia, secondo Marx, lo Stato era il prodotto della società di classe e non avrebbe potuto essere completamente abolito finché continuava ad esserci la società di classe. Nel migliore dei casi, la classe operaia avrebbe potuto mettere fine all'attuale Stato e rimpiazzarlo con la sua propria associazione.
Secondo Marx, inizialmente, l'associazione avrebbe mantenuto le caratteristiche del vecchio Stato che andava a rimpiazzare in quanto sarebbe ancora uno strumento di repressione di classe. La classe operaia avrebbe utilizzato la sua associazione per reprimere il suo nemico di classe, con tutta la brutalità che questo avrebbe comportato. Ma il potere dello Stato sarebbe stato usato anche per accelerare lo sviluppo delle forze produttive concentrando sotto il loro controllo tutti i mezzi di produzione. Quest'ultimo sforzo alla fine avrebbe portato all'abolizione del conflitto sociale e delle divisioni; rendendo possibile l'abolizione definitiva dello Stato.

Questo complica notevolmente le cose, e riduce le idee di Marx ad un adesivo per il paraurti! Con Lassalle, è semplice dichiarare il suo obiettivo: impadronisciti dello Stato! Anche con Bakunin è semplice far capire il suo obiettivo: abolisci lo Stato! Con Marx, la cosa diventa più articolata: abolisci lo Stato attuale, sostituiscilo con la nostra associazione, sviluppa le forze produttive e alla fine lo Stato se ne andrà via!
Prova a mettere quest'ultimo adesivo sul paraurti!:
Mentre Lassalle voleva impadronirsi dello Stato attuale, Marx intendeva abolirlo. Ma mentre anche Bakunin voleva abolire lo Stato attuale, egli sosteneva che niente avrebbe dovuto rimpiazzarlo, mentre Marx argomentava a favore di un'associazione.

La grande strategia di Marx dopo Marx
Qui è dove le cose cominciano a complicarsi; e qui è dove credo che i marxisti perdano il filo del discorso del pensiero di Marx. Certamente, alcune delle differenze di Marx con Bakunin sono fondamentali: Marx pensa che lo Stato sia il prodotto del conflitto sociale mentre Bakunin pensa che lo Stato sia la causa del conflitto sociale. Tuttavia le differenze fra Marx e Bakunin si basano sulla situazione materiale attuale della società. Vale a dire che questo significa che Marx pensava che lo Stato doveva essere abolito, ma non pensava che avrebbe potuto essere abolito sulle basi dell'esistente realtà economica.
Le differenze di Marx con Bakunin, sebbene risultino da una differente analisi della relazione fra la società di classe e lo Stato, dovevano cambiare in quanto la società stessa è cambiata. Se nel 1874 lo Stato non avrebbe potuto essere abolito perché la società di classe non avrebbe potuto essere abolita, ciò non è affatto una caratteristica permanente della società; ma piuttosto, il fatto che lo Stato poteva essere abolito era determinato dallo stato attuale dello sviluppo delle forze produttive.
Era possibile che con lo sviluppo delle forze produttive della società, almeno in teoria, avremmo potuto arrivare un giorno al punto in cui sia lo società di classe che lo Stato avrebbero potuto essere immediatamente abolite con un unico e stesso colpo. Lo sviluppo delle forze produttive era il solo modo per mettere fine alle classi e alla società di classe - ed era perciò il solo modo per liberarsi definitivamente dallo Stato.
Ma - e questo è ciò che molti marxisti perdono di vista - lo sviluppo delle forze produttive è esattamente ciò che fa il capitale! È assolutamente possibile che il capitale potrebbe sviluppare le forze produttive a tal punto da poter permettere l'abolizione simultanea sia della società di classe che dello Stato.
Ad ogni modo, i marxisti hanno abbandonato il filo dell'argomentazione di Marx a tal riguardo. Chiedi oggi ai marxisti, e loro insisteranno sul fatto che ci deve essere un periodo di tempo pù o meno prolungato - la cui durata non è mai abbastanza definita - dove la schiavitù salariale sarà stata abolita, ma in cui la società non è pronta per il pieno comunismo. In realtà, non c'è niente nella teoria dello Stato di Marx che dica che questo debba essere vero.

Per fare un esempio pratico: supponiamo che ai tempi di Marx, il periodo di socialismo sarebbe durato - diciamo - 140 anni; sarebbero stati sempre ancora 140 anni negli anni 1930? Sarebbero sempre ancora 140 anni, oggi - quasi 140 anni dopo la morte di Marx? Il proletariato ha avuto il tempo di scontare la sua sentenza di duro lavoro? O in altri 140 anni da ora, ce ne vorranno altri 140?!?
Falla ad un marxista, questa domanda! E osservalo mentre ti guarda in faccia ottusamente.
I marxisti che, oggi, rimproverano ancora agli anarchici di aver cercato di rovesciare immediatamente lo Stato nella sua interezza non hanno scuse; non perché Bakunin avesse ragione nella sua controversia con Marx, ma perché ormai sono passati 134 anni da quando questa controversia si è esaurita.
Oggi, a nostra grande strategia in quanto comunisti non può assomigliare a quella di Marx nel 1848. Cercare di farla sembrare la stessa significherebbe negare la storia stessa. Che genere di materialismo storico sarebbe quello che nega la storia?

- Jehu - Pubblicato il 12 agosto 2017 su The Real Movement -

fonte: The Real Movement

venerdì 18 agosto 2017

Oblio, andata e ritorno

balzac

La scena si svolge a Besançon, descritta come una cittadina militare bigotta e clericale. Vi si è installato da poco un giovane avvocato, Savaron de Savarus, che prepara minuziosamente la propria carriera in politica. Di lui si innamora una nobile giovinetta, Rosalie de Watteville, la cui importante famiglia, dominata dalla baronessa sua madre, sta preparando per lei un brillante matrimonio. Albert Savarus nasconde un segreto e ha l’imprudenza di scrivere un racconto, L’ambizioso per amore (interamente incastonato da Balzac dentro il testo principale), che narra della passione disperata di un Rodolphe per Francesca principessa romana. Una storia in cui si legge in trasparenza la vicenda stessa di Albert, profondamente innamorato di una aristocratica italiana. Rosalie, leggendo il romanzo, decifra l’enigma dell’uomo innamorato di un’altra, e da quel momento non trascura nessuna abietta azione abbastanza ingegnosa da rovinarne ogni disegno che possa allontanarlo da lei.
Albert Savarussi presta a molte interpretazioni e di vario genere, biografico, letterario, psicologico. Balzac con il racconto nel romanzo che fa comporre al suo eroe gioca allusivamente con stili e mode a lui estranei. L’altro personaggio femminile, la piccola Rosalie, si rivela sorprendentemente abile e finisce, con la sua perversione, per accattivarsi le simpatie di chi legge. In questo modo riesce una sovrapposizione di diversi piani di realtà, che distanzia dal semplice realismo e trasmette vertigini decisamente moderne. La vicenda riflette la biografia amorosa del grande scrittore: come Albert Savarus trasfigura nella finzione narrativa il proprio amore disilluso, così Honoré proietta nel romanzo il travaglio della relazione con la nobile dama che solo vicino alla morte diventerà sua moglie.

(dal risvolto di: Honoré de Balzac: Albert Savarus, Sellerio)

Gioco a incastri e autobiografia con il feuilleton
- di Pasquale Di Palmo -

Scrivere su Balzac è come trovarsi di fronte a un’immensa cattedrale e doverne interpretare le diverse peculiarità di ordine stilistico e architettonico. Ora sfugge la conformazione di un pinnacolo ora il ghigno sinistro di un gargoyle. Impresa degna di Sisifo qualora si consideri che la Commedia umana doveva originariamente comporsi di 137 romanzi, progetto che si arenò a quota 91. Gli sforzi prodigati per assolvere un simile, spropositato compito (la Recherche proustiana, al riguardo, può essere considerata una specie di bignamino), porteranno l’autore a togliere il disturbo a poco più di cinquant’anni, dopo una vita spesa all’insegna dello spreco (di talento e risorse).
In tale ambito si deve considerare che Balzac aveva contratto, sin dalla prima giovinezza, debiti che non sarebbe mai riuscito a onorare (in barba al suo nome, Honoré), e che la scrittura rappresentava la sua unica fonte di reddito. Libri su libri, composti freneticamente con il proposito di coniugare difficili situazioni contingenti a un progetto che in sé accorpa qualcosa di disumano, di «pantagruelico» (il riferimento al personaggio rabelaisiano non è casuale: si considerino al riguardo gli splendidi Contes drolatiques) con la raffigurazione di oltre 2000 personaggi. Situazione complicata dal fatto che l’ambizione di Balzac era smisurata: la sua stessa esistenza sembra improntata unicamente all’obiettivo di un’impossibile scalata sociale, Leitmotiv, questo, della sua opera.
La prospettiva di un cambiamento si manifestò quando il futuro autore del Père Goriot ricevette una lettera da Odessa, scritta nell’ottobre 1831, da un’ammiratrice che si firmava L’Étrangère, appellativo adoperato dalla contessa polacca Ewelina Rzewuska, maritata con un uomo molto più anziano di lei, Venceslas Hanski. La storia è nota: Balzac allaccerà una tumultuosa relazione con Madame Hanska e si adopererà in ogni modo per convolare a giuste (o ingiuste) nozze, soprattutto dopo la scomparsa dell’attempato consorte. Riuscirà nell’intento solo qualche mese prima di morire, ormai distrutto dagli sforzi, con esiti patetici che non sfigurerebbero in un suo plot narrativo.
Scritto di getto in poche settimane
Questo intreccio di carattere autobiografico è ventilato nella trama di Albert Savarus (Sellerio «La memoria», pp. 240, € 13,00), tradotto per la prima volta in italiano da Francesco Monciatti e curato da Pierluigi Pellini sulla base del testo della Pléiade gallimardiana che riproduce il «Furne corretto». Il romanzo, originariamente uscito in feuilleton nel 1842 (qualche settimana prima di Les Mystères de Paris di Eugène Sue) e l’anno successivo edito in volume con il titolo Rosalie, fu scritto di getto nell’arco di qualche settimana. Doveva, secondo gli intendimenti dell’autore, confluire nel progetto articolato delle «Scene della vita privata» che forma il primo dei sei gruppi degli «Studi di costume», parte iniziale della Commedia umana (le altre due sono gli «Studi filosofici» e gli «Studi analitici»). Il romanzo, dallo spiccato orientamento psicologico, ebbe una discreta fortuna quando uscì ma cadde presto nel dimenticatoio, oscurato da quelli che vengono unanimemente considerati i capolavori di Balzac.
Nella postfazione Pellini ricostruisce le vicissitudini legate alla stesura del testo, mettendo in relazione la sua genesi alla liaison dangereuse con Madame Hanska, il cui «progettato matrimonio era da quasi dieci anni, e continuava ad essere (sia pure, forse, con qualche titubanza), uno dei cardini di una strategia esistenziale in cui l’ambizione letteraria non appare mai disgiunta da un’incrollabile volontà di ottenere a ogni costo un riconoscimento mondano e il benessere economico». Non è un caso che l’epilogo con la nobildonna polacca, sfociato appunto nel sacramento del matrimonio che, ipso facto, rimpiazza quello dell’estrema unzione, sia pronosticato in un passo di Albert Savarus: «Raggiungere lo scopo e spirare, come il corridore dell’antichità! Vedere il successo e la morte arrivare insieme alla soglia della porta! Ottenere la donna amata nel momento in cui l’amore si estingue! Non aver più la facoltà di godere quando si è conquistato il diritto alla felicità!».
Nel clima asfittico e bigotto di una città di provincia come Besançon, in cui sono ambientati alcuni fatidici passaggi di Jean Sorel nel Rosso e il Nero di Stendhal, prendono vita le macchinazioni di Rosalie, il personaggio più riuscito del romanzo, che si innamora perdutamente di Albert Savarus. Questo giovane e brillante avvocato, sorta di alter ego idealizzato del romanziere, vorrebbe regolarizzare, a sua volta, il proprio rapporto con una nobile italiana sposata a un anziano. La stessa teodicea che incombe su Rosalie, punita per i suoi intrighi in maniera così rocambolesca nell’explicit del romanzo (durante un viaggio sulla Loira esplode la caldaia del battello a vapore sfigurandola e facendole perdere un braccio e una gamba) risente di certi feuilleton dalla morale «spicciola» in voga in quegli anni. Nella sua pervicacia, nella sua ostinazione, Rosalie rappresenta il tentativo di opporsi, seppur in maniera crudele, al disegno innervato in un tessuto sociale che antepone il rigore delle apparenze al desiderio.
In tal senso va letto anche il racconto L’ambizioso per amore, scritto nella finzione romanzesca da Albert Savarus e ambientato nel 1823, in piena Restaurazione, sullo sfondo del paesaggio idillico dei laghi svizzeri. Si tratta di un intarsio, di una vera e propria mise en abyme atta a corroborare le tesi dell’autore (Pellini parla di un testo che «sarà precisamente una “lezione” per Madame Hanska») che si carica «non solo di un’ipertrofica intertestualità romantico-stendhaliana, ma anche di un’insistita allusività autobiografica», come suggerisce ancora il curatore. Sembra un gioco di scatole cinesi: nel racconto è adombrata la vicenda metaforica di Albert Savarus e Francesca che, a sua volta, riecheggia quella autentica tra Balzac e Madame Hanska. Si ha così un rispecchiamento di motivi (e variazioni) sentimentali declinato con ambiguità all’ennesima potenza: Rodolphe e Francesca Colonna (racconto) rappresentano Albert Savarus e Francesca Soderini (romanzo) che a loro volta configurano Balzac e Madame Hanska. La dinamica delle variabili diventa pressoché infinita, soprattutto se caratterizzata dall’emblematicità dei patronimici.
Numerose incongruenze
All’interno della narrazione sono presenti numerose incongruenze che caratterizzano la maniera di scrivere dell’autore di Tours che, a causa della fretta sottesa alle varie scadenze editoriali, non sottoponeva i testi a una revisione accurata. Un esempio? A pag. 16 leggiamo: «God save the King, l’inno nazionale dell’Inghilterra, è una musica composta da Lulli per i cori di Esther o di Athalie». Passiamo alla nota del curatore: «Come spesso capita, l’erudizione esibita da Balzac nella Commedia umana è frettolosamente imprecisa, se non farlocca. La musica dell’inno nazionale inglese è un arrangiamento, eseguito nel 1745 da Charles Burney, di un’antica melodia il cui autore è sconosciuto; e i cori delle due tragedie di Racine sono posteriori alla morte di Jean-Baptiste Lully (1632-1687). Esther è del 1689, di due anni più tarda Athalie. Le relative musiche di scena sono state composte da Jean-Baptiste Moreau (1656-1733)».
Pur nella sua «marginalità» rispetto ad altre opere più conosciute, Albert Savarus si configura come un romanzo estremamente balzachiano, dove il «creatore del moderno realismo» ricordato da Auerbach si rapporta al «visionario appassionato» di cui parla Baudelaire. L’avversione manifestata in vita da Sainte-Beuve (in realtà corrisposta dall’autore delle Illusioni perdute) costituisce una sorta di viatico a quello che si potrebbe considerare un autobiografismo ante litteram che sembra precorrere le intermittences du cœur di proustiana memoria. In fondo l’aveva ben capito Roland Barthes: «Balzac è il romanzo fatto uomo».

- Pasquale Di Palmo - Pubblicato su Alias del 14 maggio 2017 -

lunedì 14 agosto 2017

Lucida/Mente

cropped-kurz2005

La rottura strutturale del capitale ed il ruolo della critica categoriale
INTERVISTA A ROBERT KURZ DELLA RIVISTA ONLINE PORTOGHESE “SHIFT”, ZION EDIÇÕES

SHIFT: Come si inquadra l’attuale crisi finanziaria nel contesto dello sviluppo della crisi strutturale del capitale?

KURZ: É teoricamente sbagliato parlare di una crisi finanziaria indipendente, la cui «ripercussione» sulla cosiddetta economia reale sarebbe incerta ed eventualmente moderata. Espressa nei termini della teoria di Marx, la crisi finanziaria può essere solo una manifestazione della caduta delle condizioni della valorizzazione reale del capitale. Il sistema finanziario e del credito non é un settore autonomo, ma una componente integrante della riproduzione ampliata del capitale totale. Qui sorge una contraddizione che progressivamente si aggrava. L’espansione del sistema del credito in sé non è nuova, ha già percorso un processo secolare. Ciò riflette un meccanismo descritto da Marx come «aumento della composizione organica del capitale». Con l’aumento della scientifizzazione della produzione, cresce la proporzione di capitale costante (macchine, equipaggiamento tecnologico di controllo, comunicazioni e infrastrutture, ecc.) in relazione al capitale variabile (forza di lavoro produttivo di valore). Corrispondentemente, crescono i costi preliminari per poter applicare in forma redditizia la forza lavoro, l’unica fonte di plusvalore. I costi preliminari crescenti esigono un anticipo del plusvalore futuro nella forma del credito per mantenere in corso l’attuale produzione di plusvalore, sempre più differito nel futuro.
Ciò crea una tensione crescente nella connessione interna tra credito e valorizzazione reale. Nel passato, questa contraddizione poté essere compensata grazie all’effetto sociale collaterale della scientifizzazione. L’aumento della produttività deprezza gli alimenti e, dunque, riduce anche il valore della forza lavoro, in modo che i costi della sua riproduzione si abbassano. Lo stesso meccanismo che comporta che la proporzione del capitale variabile (forza lavoro) nella composizione organica del capitale sia relativamente minore comporta anche che la forza lavoro abbia a produrre meno valore per la propria conservazione. Aumenta la proporzione di plusvalore nel totale del valore reale creato, ciò che Marx designa come produzione di «plusvalore relativo». Ma ciò si applica solo a ogni forza lavoro individuale produttiva dal punto di vista capitalistico. Il presupposto perché si abbia un effetto compensatorio in termini di valorizzazione sociale è, dunque, che parallelamente si espanda il capitale reale totale e, così, cresca in termini assoluti il numero dei lavoratori utilizzabili in condizioni produttive dal punto di vista capitalistico – malgrado il minor peso relativo del capitale variabile nella composizione di un certo capitale monetario avanzato. Inoltre, solo sotto questa condizione l’anticipo di plusvalore futuro, sempre più differito nel futuro per mezzo dell’espansione del credito, può essere rimborsato, perlomeno nella misura in cui la connessione tra credito e valorizzazione reale non è completamente rotta. Fintanto che questa connessione in qualche modo funzionava, anche la contraddizione si esprimeva soltanto relativamente, con la famosa caduta tendenziale del saggio di profitto. Il saggio di profitto medio si riferisce a un capitale monetario di qualsiasi ordine di grandezza. Questo saggio va cadendo in un processo secolare, a causa della crescente quota dei costi preliminari del capitale costante, il quale non produce qualche nuovo valore ma trasferisce solamente valore già creato. Ma se la massa sociale totale del capitale monetario avanzata nell’applicazione produttiva del valore cresce sufficientemente, può, malgrado la diminuzione del saggio di profitto per capitale monetario applicato, continuare contemporaneamente a salire la massa di plusvalore reale assoluto e la massa di profitto del capitale totale. Marx analizzò questa connessione, nella quale il risultato storico rimane aperto, nel Primo Volume (produzione di plusvalore relativo) e nel Terzo Volume (tendenza alla caduta del saggio di profitto) de Il Capitale. A un livello elementare di «sostanza del valore» come «sostanza del lavoro», Marx, d’altra parte, parla nei Grundrisse del fatto che la concorrenza, costringendo all’aumento permanente della produttività, deve portare finalmente a una riduzione assoluta della forza del lavoro produttivo di valore e, così, a un limite storico assoluto della valorizzazione. Su questo aspetto, tuttavia, la teoria di Marx è rimasta da sviluppare.
La fase fordista è stata l’epoca alta del plusvalore relativo, con l’espansione. contemporanea del capitale reale totale. Il continuo anticipo del credito sembrava realizzabile. La teoria di un limite interno assoluto della valorizzazione era considerata superata, anche a sinistra. La contraddizione tra il sistema del credito e la produzione di plusvalore reale raggiunge però un punto culminante nel contesto della Terza Rivoluzione Industriale, quella della microelettronica, assumendo una nuova qualità. L’espansione del capitale reale raggiunge i suoi limiti storici poiché, contemporaneamente, con la nuova qualità della scientifizzazione, la «sostanza lavoro» produttiva di valore si scoglie in una scala senza precedenti. L’aumento del plusvalore relativo per singola forza lavoro comincia a perdere il suo carattere di meccanismo storico di compensazione. Ciò trasforma la solamente relativa caduta tendenziale del saggio di profitto per capitale monetario applicato, in caduta assoluta della massa di plusvalore sociale reale e, dunque, della massa di profitto. La connessione tra il differimento dell’ampiamente anticipato plusvalore futuro nella forma del credito e la produzione del plusvalore reale è irreversibilmente squarciata. Ciò che si manifesta come una devastante crisi finanziaria è soltanto la manifestazione empirica della contraddizione maturata nel livello empiricamente intangibile delle relazioni reali del valore.
Siamo dunque di fronte a una «rottura strutturale» di ordine superiore. Se fino ad ora si è parlato di una «crisi strutturale» del capitale, per esempio nel contesto della «teoria delle onde lunghe», era solamente in relazione alla «transizione» per un nuovo «modello di accumulazione». La crisi dovrebbe cioè avere solo una funzione di «pulizia», al fine di aprire il cammino al successivo impeto storico della valorizzazione su una nuova base tecnologica. Questo è stato il famoso concetto dell’economista Joseph Schumpeter della potenza del capitale come «distruzione creativa». Ma la fine dell’era fordista non ha portato a qualche rottura strutturale «creativa», nel senso di un nuovo «modello di accumulazione». La tanto invocata transizione per il cosiddetto «post-fordismo» non era che una formula vuota. Ciò che in realtà è accaduto non è stato altro che la transizione verso la famigerata «economia delle bolle finanziarie» in cui il sistema del credito è stato gonfiato molto al di là della capacità decrescente della produzione reale del valore, in una maniera storicamente senza precedenti.
Qui è sorta, a causa di una percezione positivista, che non riesce a riconoscere la connessione interna delle relazioni del valore, l’illusione ottica di un «modello di accumulazione» di fatto nuovo. Da un lato, il «post-fordismo» consisterebbe nella delocalizzazione della produzione industriale di plusvalore verso la periferia, verso i cosiddetti paesi emergenti (più recentemente, nella forma del presunto «miracolo di crescita» asiatico). In realtà, il punto di partenza e la forza motrice di questa delocalizzazione non è consistita in ricette monetarie di creazione di valore, ma nel «capitale fittizio» delle bolle finanziarie senza sostanza, già da tempo slegate dall’applicazione produttiva della forza lavoro umana. Da questa forma si è messa in movimento una congiuntura globale del deficit, ora sul punto di una brusca caduta. Dall’altro lato, il «post-fordismo» creerebbe nei centri capitalistici una cosiddetta «società dei servizi», immaginata come nuovo campo indipendente della valorizzazione. In realtà si è trattato in gran parte di settori improduttivi dal punto di vista capitalistico, come la «prestazione di servizi personali» privata, che non hanno il loro punto di partenza e il loro sostegno nella creazione reale di valore e nei rendimenti da qui ottenuti, ma nel rigonfiamento del «capitale fittizio» e nella mera simulazione dei processi di valorizzazione. Così, la pretesa transizione verso un’«economia dei servizi», non si è realizzata come espansione delle infrastrutture statali, per esempio nella salute e nell’educazione, che già negli anni ‘70 è stata un fallimento, ma, piuttosto, nella forma della prestazione precarizzata dei servizi in piccole imprese private dai bassi salari, e nella forma di «falso lavoro autonomo», ora entrambe minacciate di estinzione.
Su questo è necessaria ancora un’osservazione relativamente all’evoluzione teorica nella sinistra. L’ideologia postmoderna della «virtualizzazione» ha portato a un adattamento della critica sociale di sinistra al capitalismo di crisi e simulativo. Si è cominciato sempre di più a parlare di una crescita appena «finanziariamente indotta», alla quale si pretendeva adattarcisi «simbolicamente». Le categorie basilari della critica dell’economia politica di Marx non solo sono rimaste positivisticamente incomprese, come nel marxismo tradizionale, ma fatte scomparire del tutto. E il problema della potenza della crisi non solo è stato ridotto a una «funzione» di «pulizia», ma anche reinterpretato soggettivamente e semplicisticamente dissolto in «relazioni di volontà politiche». Paradigmatico del caso è il post-operaismo di Antonio Negri. Nella misura in cui vi sono «crisi», queste sono interpretate come reazione «politicamente volontaria» e cosciente, dei capitalisti e delle loro frazioni, alle gloriose «lotte» della cosiddetta moltitudine. Ma se l’attuale dinamica di caduta globale è un atto politico deliberato dell’Impero capitalista, allora lo deve essere più come «reazione» allo spirito di mia nonna che alle «lotte» ormai da molto tempo soltanto simboliche di un capitale variabile demoralizzato, senza potere di intervento reale nei centri capitalistici. Ma, come è spiegato in modo insuperabile nella teoria di Marx, il vero limite della valorizzazione è strettamente obiettivo e si erge «dietro le spalle» degli agenti. L’emancipazione sociale dalla logica capitalista, al contrario, non può in modo alcuno essere «obiettiva»; e perciò essa esige la critica radicale delle categorie fondamentali del capitalismo, le quali sono state «interiorizzate» dall’umanità e ampiamente rimosse dalla sinistra. La sinistra deve ancora digerire l’obiettività negativa della crisi e anche confrontarsi con se stessa e con le sue illusioni postmoderniste .

SHIFT: A Suo avviso, è un buon momento per diffondere una critica radicale del sistema del capitale? Oppure, considerando che le condizioni materiali basilari di milioni di esseri umani sono sempre più degradate, non sarà possibile andare oltre il keynesismo e la nostalgia dello Stato sociale?

KURZ: Apparentemente si verifica una delegittimazione generale del capitalismo, perfino nella classe politica e nelle pagine culturali. Il concetto in sé di capitalismo è diventato peggiorativo dal giorno alla notte, come se non fosse sempre stato proclamato «vincitore della storia». Ma questa «svolta» improvvisa e non mediata non può smettere di apparire sospetta e indegna di credito. Nelle ultime decadi il neoliberalismo è penetrato profondamente nella coscienza delle masse in quanto tendenza verso il «radicalismo di mercato», individualizzazione astratta e de-solidarizzazione di «atomi sociali» autistici. La relazione individuale diretta con il mercato universale e la concorrenza universale diventano condizioni di vita e non sono più filtrate socialmente. Queste forme di vita in una società disintegrata sono ora colpite con tutta la forza dalla nuova qualità della crisi globale e scosse nei loro fondamenti.
Si tratta in primo luogo di uno schock della funzione legittimatoria. Lo «spirito dominante» della svolta neoliberale si è screditato completamente in modo vergognoso. Fino ad ora, però, il crollo devastatore è stato percepito in modo perfettamente fantasmatico, cioè soltanto come spettacolo nei mercati finanziari e nei media globali. Una notizia catastrofica dietro l’altra, perché la crisi non ha raggiunto ancora la riproduzione «reale» e la vita quotidiana. I primi preannunci sono le perdite drammatiche nelle vendite dell’industria dell’automobile e dei suoi fornitori. Però la dinamica di crisi andrà colpendo successivamente non solo tutti i settori della produzione di merci (industria, mezzi di comunicazione e servizi), ma tutte quelle aree della vita che per decadi sono diventate dipendenti dal rigonfiamento del credito perché non potevano più essere alimentate dalla produzione reale del plusvalore e dalla sua redistribuzione sociale; dall’educazione alla cultura e alla salute, passando per le infrastrutture locali, fino alle cure rivolte agli anziani, ecc. I programmi di misure onerose per combattere le alterazioni climatiche o per assicurare la salute, che continuano a essere discussi come se nulla fosse accaduto, non sono altro che spazzatura.
Questa dinamica di «disintegrazione della disintegrazione» non può essere adeguatamente digerita dagli individui sociali atomizzati; e ancor meno al ritmo che essa avanza. Gli esseri umani individualizzati sono in tutti gli aspetti «creature a credito», non ha importanza la misura della coscienza di questo fatto. Lo stesso si applica alla «religione del quotidiano» (Marx) del consumo di merci; il sistema di carte di credito sarà probabilmente il prossimo collasso del settore finanziario. Tutto il discorso futile sugli «eccessi speculativi», che in ultima analisi dovrebbero essere impediti, non può nascondere il fatto che la dipendenza dal «castello di carte mondiali» della sovrastruttura finanziaria autonomizzata sia ben ancorata nella coscienza delle masse, in quanto condizione di vita. Pertanto la delegittimazione superficiale del «capitalismo» ancora non raggiunge la critica radicale del modo di produzione e di vita dominante. Solo le forme del capitale finanziario privato, la banca di investimento, gli hedge funds, ecc., sono percepiti come «capitalisti». A misura che crolla l’economia delle bolle finanziarie, prima idolatrata, gli «esseri umani a credito» individualizzati invocano lo Stato per salvare la loro «pelle a credito» e poter continuare a vivere la loro vita capitalistica precarizzata. Il sistema di credito privato esaurito deve essere sostituito dal credito statale, che si vuole immaginare come inesauribile.
Naturalmente questo è un voltafaccia pericoloso. Perché è stata esattamente la credenza nella capacità illimitata del finanziamento statale che il discorso neoliberale dominante nelle ultime decadi ha denunciato come una grande aberrazione. E non è stato solo per ragioni ideologiche. Quando negli anni ‘70 la crescita fordista si esaurì e la connessione tra sistema di credito anticipato e la produzione di plusvalore reale cominciò a rompersi, fu in primo luogo il credito statale ad essere allungato oltre la capacità di creazione di valore sociale, per mantenere la congiuntura in funzionamento attraverso l’anticipazione del futuro. L’indebitamento statale keynesiano senza soluzione costituiva già una bolla finanziaria di tipo proprio. Come risultato, l’inflazione andò sempre più fuori controllo in tutto il mondo. Il neoliberalismo reagì a questo sviluppo, ma senza comprendere la sua causa profonda. Esso immaginava che il problema consisteva solamente in un’espansione eccessivamente forte dell’attività statale e che si poteva rimediare con la de-regolazione radicale del mercato. Tuttavia, una volta che, nella realtà, l’aumento della composizione organica del capitale cominciò a trasformarsi in una caduta storica della massa di plusvalore reale e della massa di profitto, il rigonfiamento del credito ormai senza soluzione fu solamente dislocato, dalla svolta neoliberale di Stato, verso le bolle finanziarie di indebitamento e di speculazione del capitale privato. Dal momento che questa dislocazione non avveniva sul piano strettamente limitato dello Stato, ma nel contesto della globalizzazione transnazionale, potè essere simulata per più di trent’anni, con questa nuova modalità del credito senza copertura nella creazione del valore reale, una crescita il cui carattere deficitario solo ora si rivela. Quando ora le élites, così come la coscienza delle masse, pretendono di regredire immediatamente al finanziamento statale come ancora di salvataggio, sembrano soffrire di amnesia. Lo Stato, fino a poco tempo prima demonizzato, è più che mai elevato, con la migliore delle buone intenzioni, allo statuto di dio che deve eternizzare il flusso del credito, perché sarebbe «onnipotente», oltre i singoli interessi.
Ora, lo Stato non è di fatto un’agenzia indipendente di una «classe dominante» o di certi gruppi economici, ma l’istanza di potere generale soggiacente la società, che costituisce l’inquadramento esteriore della valorizzazione del capitale e di tutte le su «maschere di carattere» (Marx). Ma necessariamente per questo lo Stato non sta «al di sopra» delle leggi obiettive del movimento del capitale e non può pretendere di controllarle o modificarle arbitrariamente; al contrario, esso non ne è meno soggetto di quanto lo sia il capitale individuale, si trova solamente su un livello sociale più elevato. Tutto quello che lo Stato fa deve essere finanziato, tanto quanto tutto quello che è fatto dal capitale singolo o dagli individui; e la fonte di questo finanziamento può essere solo la produzione di plusvalore reale. Lo Stato ottiene rendimenti in denaro a partire da questa fonte originale, sia direttamente, attraverso le tasse, sia acquistando denaro nei mercati finanziari, attraverso l’emissione di obbligazioni. Nel secondo caso, esso stesso è un attore al livello del capitale finanziario ed è vincolato alle sue condizioni. Che significa questo, nella crisi storica del credito e della crescita «finanziariamente indotta», da quello dipendente, di cui oggi soffriamo? I «pacchetti di salvataggio» del sistema finanziario fino ad ora lanciati dagli Stati, e i programmi statali di appoggio alla congiuntura in prospettiva ancora non concretizzatasi in tutto il mondo già ammontano a vari miliardi di dollari di euro. Dove va lo Stato a ottenere il finanziamento per tutto questo, se la crisi sta proprio nel fatto che la fonte di creazione del valore reale si è esaurita e il credito, come anticipo del plusvalore futuro, si è esaurito? Un aumento drastico delle tasse deprimerebbe ancora di più la produzione del plusvalore reale già languente. Una grande massa di titoli di Stato nei mercati finanziari otterrebbe lo stesso effetto, perché lo Stato si troverebbe a concorrere con le imprese e con le famiglie per il credito disponibile e così a dover tirare verso l’alto i tassi di interesse reali.
Se viene speso il denaro delle tasse riscosse dallo Stato e dei prestiti ottenuti nei mercati finanziari, dal punto di vista della logica della valorizzazione non si ha qualche produzione, ma soltanto consumo. Infatti, anche nel caso che, per esempio, si finanzi la costruzione di strade o di scuole, ciò non darà luogo a qualche nuova creazione di valore ma sarà prosciugata la produzione reale del passato (imposte) o del futuro (credito). Ciò è a maggior ragione vero se lo Stato con questo denaro, nella forma di «pacchetti di salvataggio», intende soltanto tappare i buchi del sistema finanziario, comprare crediti in cattivo stato delle banche, ecc. Dopo la cessazione definitiva dell’economia delle bolle finanziarie e della congiuntura di simulazione, la responsabilità finanziaria statale ascende a valori molte volte superiori a quelli anteriori, già prima affondati. Una volta che non è possibile un aumento delle imposte né un’espansione del debito pubblico nella misura del necessario, resta solo, come ultima ratio, stampare banconote, creando denaro dal niente, e trasferirlo direttamente verso lo Stato, senza garanzie né contropartite. Ma la competenza delle banche centrali per creare moneta è meramente formale, «esprimendo» soltanto il processo di creazione del valore capitalista reale, senza poterlo sostituire. Il ricorso diretto all’emissione di banconote sarebbe la maggiore bolla finanziaria di tutte, e potrebbe finire solo nella completa svalorizzazione del denaro e di tutti i crediti, titoli, ecc. (iperinflazione, bancarotta statale, riforma monetaria).
La dislocazione del problema del credito dello Stato verso il capitale finanziario e l’attuale regresso nuovamente verso lo Stato completano un cerchio senza uscita. Certamente, ora il fallimento sociale mondiale del sistema capitalista e della sua legittimazione neoliberale costituisce un campo nel quale si può far valere la critica radicale delle forme capitalistiche basilari in un modo differente dal passato. Ma questo ancora non significa, in alcun modo, che questa critica radicale si renda già suscettibile di adesione della coscienza delle masse, che ancora si muove interamente nelle categorie del feticismo moderno. É necessario, in primo luogo, prendere coscienza del paradosso che le condizioni materiali di esistenza in tutte le aree della vita sono dipendenti dalla virtualità del credito in dissoluzione. Da questo punto di vista, gli ostacoli a una negazione della totalità capitalista non diventano minori, ma maggiori. Se la propria esistenza è minacciata, le persone si aggrappano con tanta più forza alle condizioni dominanti. Ciò equivale a dire, oggi, che tutti i progetti di salvataggio del sistema del credito, per più illusori che siano, hanno uditorio, lo stesso se al prezzo di sfociare in ideologie assassine (antisemitismo o proto-antisemitismo). Per maggiore ragione, la critica radicale deve contrapporsi al mainstream dello spirito del tempo, invece di lasciarcisi trascinare.

SHIFT: Come vede l’appropriazione da parte del sistema di concetti classici della sinistra, come «nazionalizzazione» o «regolazione dei mercati finanziari»?

KURZ: Il programma dell’ala radicale del marxismo tradizionale assunse una formula marziale: la «dittatura del proletariato». Comunque era sempre l’organizzazione sociale che si trovava al centro dell’attenzione, benché legata ad una falsa ontologia del lavoro astratto. In realtà, il programma si trasformò su questa base ideologica in una mera nazionalizzazione delle categorie capitalistiche, cioè l’opposto dell’emancipazione sociale. Lo stesso Marx, nella Critica del Programma di Gotha, polemizzò contro questo feticismo dello Stato, sebbene egli stesso, in alcune formule precedenti, non ne fosse totalmente libero. Nella pratica storica dei sistemi della «modernizzazione in ritardo» (Unione Sovietica, Cina, ecc.), il concetto di «Stato dei lavoratori» ebbe soltanto una funzione legittimatoria per la riproduzione del capitalismo di Stato. La maggior parte dei partiti socialisti e comunisti in occidente trasformò questo requisito in un programma di «nazionalizzazione» delle banche e delle principali industrie del capitalismo. L’orientamento statale era solo vagamente legato al paradigma esaurito della «classe lavoratrice». Invece di questo, il concetto di «nazione» divenne centrale e la «questione sociale» fu trasformata in una «questione nazionale». Questo «socialismo dai colori nazionali» assunse un carattere veramente reazionario rispetto alla «socializzazione mondiale» negativa del capitale. Esso già apparteneva alla storia della dissoluzione del marxismo tradizionale.
Nell’economia borghese emerse, in reazione alla crisi economica mondiale degli anni ‘30, un orientamento statale «moderato», attenuato, sotto la forma del keynesismo. Questa dottrina non ebbe mai nulla a che vedere con le speranze «socialiste» diffuse; al contrario, concepiva se stessa espressamente come programma di salvataggio del capitalismo con l’aiuto di interventi statali, la cui base risiedeva nell’espansione continuata del credito statale. Il «keynesismo di sinistra» tentò di trasformare questa dottrina in un senso quasi «socialista». Ma si trattò solo del vecchio orientamento per il capitalismo di Stato, nuovamente diluito e alleggerito, degli antichi «partiti operai» da tempo integrati nella classe politica del capitalismo. Il riferimento alla critica dell’economia politica di Marx fu definitivamente perso. Il discorso del keynesismo di sinistra fondamentalmente non si riferì più all’analisi categoriale della «valorizzazione del valore» e della dinamica nel contesto della forma capitalistica di plusvalore relativo, aumento della composizione organica, caduta del saggio di profitto, né a una teoria della crisi su questa base. Per questa forma di pensiero la possibilità di una «crisi categoriale» con la caduta della massa di plusvalore fu completamente esclusa. Con ciò, anche la «critica categoriale» delle forme basilari del sistema del feticcio capitalistico diventò ancor meno percorribile che nel marxismo tradizionale dell’antico movimento operaio. Invece di ciò, la «critica» cadde in un «trattamento della contraddizione» nel quadro del capitalismo, non più esplicitamente contestato, dunque in una forma di «politica economica» borghese volgare, che dovette far affidamento ciecamente sull’espansione del credito statale, al fine di poter presumibilmente succhiare il miele sociale. Quando la scienza economica e la politica economica dominanti, sulla scia della «rivoluzione neoliberale», ufficialmente allontanarono la dottrina keynesiana, la sinistra politica teoricamente disarmata restò con il keynesismo per conto suo, senza percepire che stava sposando un cadavere storico. Il keynesismo appariva adesso come opposizione fondamentale al neoliberalismo in modo puramente formale, sebbene esso mai lo sia stata nel suo contenuto.
La recente svolta disperata delle élites economiche e politiche verso il credito statale rivela i piedi d’argilla dei partiti di sinistra, così come delle organizzazioni di movimento come ATTAC. Apparentemente, elementi centrali del keynesismo per sè consistentemente rappresentati (statalizzazione o «nazionalizzazione» delle banche ed eventualmente delle industrie chiave, regolazione dei mercati finanziari) sono repentinamente oggetto di nuovi onori. Tuttavia, non si tratta più di uno Stato-provvidenza keynesiano, come nel periodo finale della prosperità fordista nella decade del 1970, ma di un keynesismo d’emergenza del capitale finanziario, che viene di pari passo con l’aggravamento dell’amministrazione statale antisociale del lavoro e delle persone. É il paradosso del prolungamento del neoliberalismo con mezzi quasi keynesiani, perché nel limite interno resosi storicamente manifesto della valorizzazione non esiste più una qualche terza opzione. Il credito statale non sta fluendo verso programmi sociali, educazione, servizi sanitari ecc, ma è lanciato nel buco nero dei bilanci debilitati. La sinistra keynesiana rimane disarmata di fronte alla nuova qualità della crisi perché non possiede alcuna nozione della medesima. Mentre essa crede di presentire la brezza mattinale keynesiana, nella realtà gli è presentato il conto della sua autoconsegna al modo di produzione e di vita capitalistici. Se vuole «evolversi» nella nuova espansione del credito statale portatrice di inflazione, essa stessa corre il rischio di rendersi parte integrante dell’amministrazione capitalistica della crisi. Indizi di questo già esistono in tutta Europa. Nel caso la sinistra di partito e di movimento si renda in questo senso «politicamente capace» e per le élites del capitale «socialmente capace», la sua «socialdemocraticizzazione» potrebbe sfociare in una carriera nella base dello stato d’eccezione.

SHIFT: Che forme di mediazione possono essere stabilite tra le lotte immanenti per le condizioni basilari della sopravvivenza e la critica delle categorie di base del sistema del capitale (merce, valore, denaro, lavoro astratto, Stato, politica)?

KURZ: Non c’è dubbio che la lotta sociale organizzata extra-parlamentarmente per le necessità materiali e culturali della vita, in resistenza contro la brutale riduzione del livello di civilizzazione, è l’unica alternativa alla collaborazione parlamentare «politica» di «sinistra» con l’amministrazione statale della crisi. Inevitabilmente sorgerà un contro-movimento sociale costituito di nuovo, inizialmente come «trattamento della contraddizione» immanente, che non delegherà più le necessità allo Stato ma presenterà esigenze autonome, anche se queste dovranno essere erette contro lo Stato. É il caso, per esempio, di un salario minimo legale sufficientemente elevato, della resistenza contro nuovi tagli nei trasferimenti sociali e contro l’angheria repressiva delle misure coercitive dell’amministrazione del lavoro, contro la privatizzazione o la chiusura delle infrastrutture pubbliche vitali (per esempio l’assistenza medica). Ma sono all’ordine del giorno anche il dibattito sul bilancio dell’educazione e le critiche all’obsoleto e rigido legame dei contenuti dell’insegnamento e della ricerca alle necessità della valorizzazione del capitale.
Esiste un momento importante nella mediazione della «critica categoriale» che consiste nell’apprendere come si può distinguere, nel «trattamento della contraddizione», tra forme che facciano avanzare e forme affermative. Ciò include, in primo luogo, il riconoscimento che la difesa delle necessità vitali per la via ufficiale della politica si è resa del tutto illusoria. Devono essere evidenziati i contenuti alternativi delle rivendicazioni sociali dirette, da un lato, e quanto sia futile la speranza nei programmi statali di congiuntura per nuovi investimenti di capitale, dall’altro. Questi ultimi agganciano in partenza le necessità sociali al «successo» della valorizzazione del capitale, sulla base in rovina del lavoro astratto, e alla «finanziabilità» da qui derivata, secondo criteri capitalistici. I primi, al contrario, possono aprire il cammino per la negazione del «terrore della finanziabilità» e per approssimarsi al superamento della forma valore e del denaro. Questa alternativa, a renderla effettiva nelle nuove condizioni di crisi, può anche collocarsi tra gli elementi «di sinistra» della classe politica, così conducendo a polarizzazioni; da qui, intanto si costituisce un contro-movimento sociale. Nell’antico movimento operaio già si avevano elementi di questa alternativa, anche se sotto il fondo ideologico di un’ontologia del lavoro astratto. Proprio per questa ragione i contromovimenti sociali (anche in corrispondenza con la loro coscienza basata sull’ontologia del lavoro), furono sempre trasformati in orientamento statale e, come «marxismo di partito», vincolati a un intervento della politica; poiché lo Stato è appunto l’istanza sociale di sintesi sulla base del lavoro astratto. Nei limiti storici del lavoro astratto e della valorizzazione reale del capitale, l’alternativa tra contro-movimento sociale e statalismo si pone adesso in forme completamente nuove e deve essere formulata conseguentemente, dato che la speranza nel credito dello Stato può solamente svergognarsi con lo scatenamento dell’inflazione e non contiene più dunque un qualsiasi potenziale sociale.
Un secondo momento di mediazione è la critica di tutte le forme di esclusione sociale, siano esse articolate apertamente o indirettamente e subliminalmente. Intanto che i movimenti sociali opereranno sul piano del «trattamento della contraddizione» immanente, si avranno sempre queste tendenze. Giá nell’antico movimento operaio si ebbero forti sentimenti negativi contro gli strati inferiori dequalificati. Oggi possiamo osservare atteggiamenti simili da parte di un’«aristocrazia operaia» globalizzata, nel frattempo in dissoluzione, contro i «caduti fuori», o contro i lavoratori dei settori dei bassi salari; e fin negli stessi ceti inferiori della «cultura dominante», contro i migranti. Su tutto però sono le classi medie accademiche e sub-accademiche, sotto la minaccia della caduta nei centri capitalistici, che pretendono di salvare la propria pelle e stilizzare come ideale di emancipazione generale i loro interessi specifici in quanto «capitale umano», quando nella realtà la vita degli «altri» gli è indifferente. A misura che si costituirà un contro-movimento sociale, il compito della «critica categoriale» è precisamente identificare analiticamente i diversi potenziali di esclusione sociale complessamente sovrapposti e affrontarli.
Ciò può ottenere successo soltanto se la critica riesce a trasmettere che, oltre le categorie capitalistiche, sarà facilmente possibile soddisfare le necessità della vita «per tutti». In questo contesto, il compito è rendere coscienti i contromovimenti sociali (contando che sorgano) dell’enorme discrepanza tra i potenziali di ricchezza materiale e l’impossibilità di continuare a trattarli nella forma capitalista. Tuttavia la riflessione teorica sulle categorie reali del capitale, forma valore e merce, plusvalore, lavoro astratto ecc, e la loro modulazione politico-statale, non è presente nella coscienza delle masse. Può allora essere mobilitata l’esperienza pratica del fatto che esistono, dal punto di vista tecnico-pratico e materiale, le capacità per soddisfare le necessità materiali, sociali e culturali, ma sono paralizzate dal capitalismo, perché non può più essere soddisfatto l’assurdo fine in sè della trasformazione del «lavoro» in «più lavoro» e del «denaro» in «più denaro». Se sempre più individui diventano senza tetto, mentre contemporaneamente ci sono alloggi vuoti in massa, o se sempre più malati e bisognosi non sono adeguatamente accuditi, mentre, al tempo stesso, l’amministrazione chiude ospedali, medici e personale ospedaliero vengono messi sotto pressione o diventano «disoccupati», allora questa esperienza può essere fondamentalmente trasformata in critica radicale della forma della merce e del denaro, arricchendo l’esperienza con la riflessione teorica.
Questo approccio è corretto anche quando si invoca il cosiddetto problema «ecologico» (degrado climatico, esaurimento delle colture, erosione dei fondamenti naturali della vita, ecc.). Su questo aspetto, la mediazione della «critica categoriale» deve rendere cosciente la connessione interna tra poteri distruttivi del modo di produzione capitalista della ricchezza materiale, da un lato, e la forma capitalista delle relazioni sociali, dall’altro. Non è la produzione in sé di una quantità sufficiente di alimenti e beni culturali che porta alla distruzione della «biosfera», ma la razionalità della logica della valorizzazione dell’economia d’impresa, la quale crea povertà mentre distrugge le sue stesse basi e rovina la natura. Il potere distruttivo di certe forme capitalistiche di ricchezza materiale (trasporto automobilistico individuale, industria della difesa, agro-industria disseminatrice di veleni, ecc.) non può essere giocato contro la socializzazione delle necessità della vita sociale. L’alternativa all’«automobilizzazione» non è l’eliminazione della mobilità in sé ma l’espansione del trasporto pubblico, sotto il controllo sociale, nella resistenza contro la privatizzazione. É particolarmente perfido responsabilizzare le persone, condannate a indegne razioni di miseria e capitalisticamente impoverite, perché «consumano troppo» distruggendo così il clima. Mentre la «catastrofe climatica» ha recentemente, in tempi di congiuntura di deficit, causato sensazione mediatica, adesso, nella crisi, gli obiettivi ufficiali della riduzione delle sostanze inquinanti sono nuovamente tagliati, perché dev’essere mantenuta a qualsiasi prezzo la forma capitalistica della produzione. É perfettamente possibile che l’amministrazione di crisi intenda sostenere più restrizioni sociali con una legittimazione «ecologica». In questa contraddizione si muove anche l’ideologia «ecologica» appoggiata da una parte delle classi medie, la quale pretende di parlare dei «limiti del capitalismo» solamente nel senso di un «limite esterno» delle risorse naturali, mentre il «limite interno» del lavoro astratto e della «valorizzazione del valore» è percepito solo in forma riduzionista («limiti di crescita») o completamente dimenticato, perché ognuno gradirebbe essere coinvolto «ecologicamente» nell’amministrazione della crisi. Dal punto di vista di un ulteriore sviluppo della critica dell’economia politica, questo «riduzionismo ecologico» è tanto criticabile quanto l’orientamento economico affermativo verso un «keynesismo di crisi».
Un altro passo nella mediazione della «critica categoriale» sarebbe la riapertura di un dibattito sulla pianificazione sociale, non più basata sul lavoro astratto, sulla forma valore e sullo Stato. Come eredità dell’epoca passata, il «socialismo» attuale è più che mai equiparato alla «nazionalizzazione», il che continua a portare solo a frasi paradossali, come «socialismo del mercato finanziario», in cui si esprime, tuttavia, il paradosso reale delle nuove condizioni di crisi. Per una vera trasformazione oltre il capitalismo, il compito è organizzare in nuovi modi il flusso sociale mondiale delle risorse materiali e sociali come tali e smetterla di rappresentarle nelle categorie del «valore» e della sua «sostanza lavoro», che storicamente si sono rese obsolete. Ciò include il problema dei momenti della riproduzione sociale che mai sono apparsi nel lavoro astratto e nella valorizzazione, e storicamente furono delegati alle donne (prendersi cura dei figli, assistenza, lavoro domestico, «lavoro d’amore», ecc.). Nei limiti della valorizzazione del capitale anche questo «cemento sociale» si frantuma. Una trasformazione sociale deve dunque riorganizzare questi momenti, liberarli dalla loro attribuzione sessuale e creare per loro un fondo sociale di tempo libero che da tempo è ormai possibile.
Sarebbe necessario scatenare un ampio dibattito sociale su questo, in cui far entrare molteplici esperienze e competenze, non limitandosi a un approccio strettamente teorico. La critica teorica può solo tentare di incoraggiare questo dibattito, conformemente allo sviluppo della crisi, e rendere di nuovo coscienti della questione della pianificazione sociale.
Proprio perché la «critica categoriale», nel contesto della forma capitalistica, malgrado la storica crisi di questa, non è suscettibile di trasmissione senza rotture e, nei limiti delle «forme di pensiero obiettive» (Marx), urta con la coscienza sociale, essa non può limitarsi alla argomentazione politico-economica «obiettiva» in senso borghese. Un momento essenziale della mediazione è anche la critica radicale dell’ideologia. Tutta la digestione affermativa della crisi nella coscienza è produzione di ideologia, e non solo nell’orientamento statale o nel riduzionismo ecologico. Anche le ideologie basilari moderne del nazionalismo, antisemitismo, razzismo, antiziganismo (il risentimento contro i sinti e i rom come «paria» della modernità) e sessismo sono fortemente recuperate e riconfigurate nella crisi. Sullo sfondo vi è sempre l’aggressiva difesa di determinate vite capitalistiche di classi in lotta di concorrenza. Centrale a questo proposito oggi è l’ideologia della «nuova classe media» di fronte ai processi di crisi, nella lotta per il potere di interpretazione e per l’egemonia. I vari elementi della produzione di ideologia formano amalgami, anche indirettamente e subliminalmente. Il compito della «critica categoriale» è dunque analizzare i «dispositivi» modulati dall’elaborazione ideologica e penetrare profondamente il concetto di ideologia, oltre il marxismo tradizionale, allo scopo di combinare un programma di trasformazione sociale con un programma di intervento della critica dell’ideologia. L’attuale sinistra di movimento, con il suo orientamento teoricamente disarmato verso «lotte» meramente simboliche, è ben lungi da tutto questo. Per questo si osserva ovunque un’inquietante convergenza tra posizioni di «sinistra» e di «destra» nella critica riduzionista del capitalismo.

SHIFT: Quale ruolo può avere oggi la lotta di classe per diffondere la coscienza di classe, nel senso di Lukács?

KURZ: Il paradigma tradizionale della «lotta di classe» non è più suscettibile di mobilitazione nella nuova situazione del limite interno assoluto della valorizzazione. Storicamente, la rappresentazione sindacale e politica del «proletariato» non era che la rappresentazione del «capitale variabile» auto-affermativo e quindi la rappresentazione del lavoro astratto. Si costruì qui un’opposizione meramente relativa tra principio del «lavoro», presumibilmente astorico e antropologico, e la forma della proprietà privata capitalistica concepita giuridicamente, quando in realtà lavoro astratto e proprietà privata giuridica dei mezzi di produzione rappresentano soltanto differenti determinazioni nel sistema di riferimento comune soggiacente della «valorizzazione del valore». Marx designò questo contesto soggiacente come «soggetto automatico» della società moderna feticistica, in cui tutte le posizioni sociali sono prigioniere in quanto «funzioni» della logica della valorizzazione. Non esiste qualche «principio» ontologico suscettibile di essere invocato per l’emancipazione sociale. Al contrario, il capitalismo può essere superato solo attraverso una critica concreta delle sue forme storiche basilari. La «lotta di classe» fu essenzialmente un movimento di «lotta per il riconoscimento» nel terreno delle categorie capitalistiche. Per questo l’antico movimento operaio adottò dal protestantesimo e dall’ideologia borghese dell’Illuminismo non solo l’ontologia del lavoro astratto ma anche l’ontologia della relazione capitalistica di genere, cioè delle attribuzioni storiche della «maschilità e della femminilità». Ciò che venne fuori dalla «lotta per il riconoscimento» (diritto di sciopero, libertà di associazione, libertà di riunione, diritto di voto, ecc.) finì sempre soltanto nella nazionalizzazione delle categorie capitalistiche non superate. Il paradigma socialista di «lotta di classe» si esaurì in questo.
Nella nuova situazione storica, il «riconoscimento» da tempo raggiunto dai salariati, come soggetti economici e cittadini statali della società feticista, diventa una catena e una trappola. Gli individui sono, nel migliore e nel peggiore dei casi, legati alla coercizione della valorizzazione. Non è solo una questione di coscienza. Anche oggettivamente, la base sociale della vecchia «lotta di classe» si disfa. Sotto le condizioni della Terza Rivoluzione Industriale, il capitale non può più organizzare eserciti «produttivi» di lavoro astratto. Una volta che il processo di individualizzazione in quanto fenomeno di crisi distrugge i filtri sociali, i soggetti socialmente atomizzati si riferiscono direttamente alla relazione di valore globale, che contemporaneamente diventa virtualizzata sotto la forma del credito non più ormai suscettibile di adempimento, e quindi diventa obsoleta. In apparenza sorgono una «molteplicità» di situazioni sociali diffuse che però non possono ormai più essere integrate sulla base delle categorie capitalistiche. Personale permanente ed eventuale, lavoratori a termine e sub-impiegati, disoccupati con sussidio oggetto dell’amministrazione di crisi, falsi autonomi e imprenditori della miseria, ecc., non rappresentano più una qualche massa omogenea di un «proletariato creatore di plusvalore». L’ideologia di movimento, dalla decade dei ‘90, si limitò ad assumere affermativamente questa «molteplicità» e a riunirla senza concettualizzarla, sotto il mantello della «moltitudine», non a superarla. Per una nuova organizzazione delle lotte sociali, l’obiettivo non è più il «riconoscimento» in quanto creatore di plusvalore, ma solo la critica e la trasformazione della stessa categoria valore e della relazione di genere che gli è associata. La base non può essere un’organizzazione capitalistica del «lavoro» opposta, che è dissolta e demoralizzata, ma solo l’autorganizzazione cosciente della critica storica concreta delle categorie dominanti, partendo dal «trattamento della contraddizione» immanente e andando al di là di esso. Non è una questione di costituzione «obiettiva» della classe come rappresentazione del «capitale variabile», ma una questione di coscienza. Non, però, qualche coscienza «idealista», in termini, per esempio, di un’«etica» della filosofia morale, ma una coscienza che si confronta con il limite storico della valorizzazione e con la caduta del livello di civilizzazione.
Su questo punto è necessario tornare ancora una volta al problema della «nuova classe media» minacciata dalla caduta. La disorganizzazione degli «eserciti del lavoro» industriale e la decadenza dell’antico movimento operaio sono andate di pari passo con l’ascensione di questa classe media qualificata, nella fase di prosperità fordista. La base economica non era la produzione reale di plusvalore, ma l’espansione del credito statale. L’autocoscienza sociale che l’accompagnava non era tanto nell’ontologia del «lavoro», ma molto di più nello statuto del «capitale umano» in quanto «formazione superiore». Già la nuova sinistra, a partire dal 1968, era essenzialmente un movimento della classe media, anche se continuava a ricercare, ideologicamente e astrattamente, a partire dal fondo marxista, un’inutile mediazione con l’esaurita «lotta di classe» del «proletariato». Nell’era dell’economia delle bolle finanziarie, le «nuove classi medie» divennero dipendenti dall’espansione del credito privato e sempre più precarizzate. Fu appunto in questo contesto che la «visione del mondo» della coscienza della classe media guadagnò una posizione dominante anche a sinistra. La ripresa della vecchia retorica della «lotta di classe», e soprattutto dei suoi derivati, per esempio nella figura della «moltitudine» post-operaista, sono tutti implicitamente (e a volte esplicitamente) formulati a partire dalla prospettiva della coscienza categorialmente affermativa della classe media. Oggi non è tanto l’ontologia del «lavoro», da tempo corrosa, che blocca la transizione del marxismo del movimento operaio verso la «critica categoriale», ma l’ideologia della classe media, ostinata con il suo «capitale umano», che si nasconde sotto la «molteplicità» degli approcci di movimento. Una volta che le classi medie sono inevitabilmente coinvolte in un grande contro-movimento sociale, la rottura con questa ideologia e di un’importanza decisiva.
Il problema dell’organizzazione della lotta sociale, che deve integrare in maniera differente la disperata «molteplicità» di situazioni oltre il paradigma della «lotta di classe», non parte teoricamente da zero. La transizione verso la «critica categoriale» si incontra negli approcci dei grandi teorici alle frontiere del marxismo tradizionale, come Lukács (e, in altra forma, Adorno). Lukács fornì le prime indicazioni nel libro pubblicato nel 1923, Storia e coscienza di classe, specialmente nel grande saggio centrale sulla «reificazione». Com’era da aspettarsi, data la situazione di allora, egli combina per la prima volta l’implicita ontologia del lavoro e la tradizionale «posizione di classe» da qui derivata, con la discussione della costituzione feticista moderna socialmente soggiacente. Lukács si lasciò dissuadere dai suoi punti di vista innovativi, considerati «idealisti» dal marxismo di partito, e più tardi tornò a una esplicita e abbastanza noiosa ontologia del lavoro astratto. Il suo lavoro del 1923 è stato utilizzato dai nuovi approcci della «critica categoriale» degli anni ‘80, specialmente sotto il punto di vista della coscienza di classe «attribuita» (zugerechnete) e del proletariato come presunto «soggetto-oggetto della storia». Ma il suo precedente saggio teorico non si riduce a questo. Una lettura rinnovata nelle attuali condizioni promuove conoscenze sorprendenti. Ciò a cui egli fa riferimento con il concetto di «reificazione» rappresenta già una critica delle forme basilari del capitalismo, per lungo tempo senza pari; da alcuni è letta come una critica anticipata del pensiero postmoderno. Decisivo é il postulato di un «divenir cosciente» (Bewußtwerden) della critica della forma merce in quanto forma generale di esistenza nel capitalismo, compresa la merce forza lavoro. Con ciò, Lukács si ricollega alla definizione di Marx delle categorie capitalistiche, come «condizioni reali di esistenza» e, contemporaneamente, «forme obiettive di pensiero», definizione che venne nascosta dal movimento operaio.
Se spogliamo questo approccio teorico dalla sua «attribuzione» a un «punto di vista» del «lavoro», molto di esso può essere assunto per una nuova «critica categoriale» sotto le condizioni di individualizzazione e di relazione del valore in decadenza. Essenziale è, in primo luogo, includere nel piano categoriale la moderna relazione di genere, ancora non approcciata da Lukács. In secondo luogo, le relativizzazioni critiche della «coscienza di classe proletaria» formulate nel saggio sulla reificazione sono oggi soprattutto relazionabili alla coscienza della classe media (anche su ciò già si incontrano approcci in questo saggio). Si pone dunque il compito di riformulare la visione di Lukács in questa situazione storica fondamentalmente differente, allo scopo di rendere fecondo quel “divenir cosciente” critico della forma merce, verso una reintegrazione della lotta sociale oltre la falsa obiettività capitalista.

SHIFT: Come definirebbe un concetto di rivoluzione per il tempo presente che potesse rompere con il feticismo e con una vita quotidiana totalmente subordinata alla riproduzione del capitale?

KURZ: Il concetto di «rivoluzione» fu storicamente occupato dal paradigma della grande Rivoluzione Francese, dalle seguenti rivoluzioni borghesi del secolo XIX e dalle rivoluzioni della «modernizzazione in ritardo» nella periferia del mercato mondiale nel secolo XX (Russia, Cina, «Terzo Mondo»). In questo contesto, la «rivoluzione» si limitò alla forma politica della «conquista del potere» e, nel secolo XX, alla nazionalizzazione delle categorie capitalistiche. In questo senso questo concetto appartiene alla storia dell’imposizione del lavoro astratto, della logica della valorizzazione e della relazione di genere moderna. Pare, quindi, che la sua carriera sia terminata. Nel marxismo residuale e nell’ideologia del movimento, la «rivoluzione» come atto politico della sovversione più non impegna alcun ruolo. Ma stanno gettando fuori il bambino con l’acqua sporca. Una volta che la sinistra ha archiviato il concetto di rivoluzione senza attualizzarlo, essa si è limitata a ratificare la sua autoconsegna alla forma capitalista di vita, nella base sociale della classe media.
Marx ha criticato il concetto di rivoluzione limitato alla politica già nei primi scritti. Per lui, la «rivoluzione sociale» presenta una qualità differente che sopprime anche lo statalismo della forma politica, insieme con il valore e la forma merce. Così come più tardi nel caso di Lukács, questo sovvertimento, tuttavia, ancora figurava in Marx come «rivoluzione proletaria». E’ appunto questo paradigma che si mantiene nel concetto di rivoluzione ridotto alla politica. Oltre l’ontologia del lavoro, nel limite interno della valorizzazione, si pone in forma nuova e differente la questione della «rivoluzione sociale», cioè come rottura della sintesi sociale dominante nelle forme del valore e della relazione capitalista di genere. «Sintesi sociale» altro non significa che la forma specifica dei socializzazione, nel senso di una «totalità negativa», può essere superata solo con un sovvertimento dell’insieme della società.
Proprio per questo, è necessario un movimento sociale su grande scala, e ora su scala transnazionale, per raggiungere la sintesi sociale in generale. Non bastano, per esempio, occupazioni di imprese da parte del personale che, in seguito, appena si rende soggetto collettivo del capitale, continua a fare la sintesi attraverso il mercato e la concorrenza. Finora tutti questi tentativi sono falliti (come durante la grande crisi in Argentina). Non è possibile una trasformazione al livello di ogni capitale, o al livello di una riproduzione particolare, ma la questione della sintesi, e, così, della pianificazione sociale oltre la forma merce, costituisce sempre il punto di partenza (e non un qualche punto finale) della rottura pratica con il capitalismo. In questo contesto il concetto di «rivoluzione» non è semplicemente irrilevante, malgrado esso non abbia più che a vedere con l’antico paradigma «politicista». La teoria critica come «critica categoriale» deve persistere da questo punto di vista della sintesi sociale, anche contro la coscienza di movimento meramente «simbolica», che non si pone questa questione decisiva.
La sinistra di movimento post-operaista preferisce parlare oggi di Mutare il mondo senza prendere il potere (John Holloway). La sintesi sociale è sostituita con un diffuso concetto di «vita quotidiana» che ha fatto carriera già dal movimento del 1968. Ciò che molte volte si designa come «rivoluzione» culturale «della vita quotidiana» è sempre, in un modo o nell’altro, la musica di fondo del mutamento sociale; ma, ridotta a questo punto di vista, può anche trattarsi di un adattamento culturale alla dinamica capitalistica. Tali concetti del ‘68 e della sinistra postmoderna sono stati da tempo adottati dal management di crisi del capitalismo, per esempio, sotto la forma della propaganda neoliberale di «auto-responsabilizzazione» individuale. Il tema della «vita quotidiana» non può sostituire il vero intervento al livello di sintesi sociale; così come non può dispiegare la necessaria forza d’intervento (per esempio attraverso scioperi, blocchi, paralisi delle vie nevralgiche capitalistiche). La «questione del potere» non si limita al paradigma «politicista» del potere di Stato, ma, a maggiore ragione, si pone come questione di un «contropotere» sociale in resistenza contro l’amministrazione di crisi. In realtà, la «vita quotidiana» solo per sé non è un rifugio di «resistenza», il cui concetto in questa forma diventa vuoto. La resistenza, semmai, comincia quando gli individui si sollevano contro il loro «quotidiano», determinato dal capitalismo in tutti i pori, e si rendono in generale capaci di organizzazione.
La metafisica del quotidiano della sinistra si riferisce anche, in parte, alla continuazione del fallito movimento d’alternativa degli anni ‘80, ai tentativi di un «altro» modo di vita e di produzione nella piccola scala di «comunità» particolari, che si legittimano neo-utopicamente o pragmaticamente. Questi tentativi, per esempio, nella forma della cosiddetta «economia locale» o del movimento digitale open source, così come l’occupazione delle imprese, non possono raggiungere il livello di sintesi sociale. Come alternativa apparente a un movimento di resistenza sociale a partire dall’immanenza capitalista corrono il rischio di trasformarsi in un’«auto-amministrazione della povertà». Se lì vi appare ancora l’idea di una «critica della forma merce», sarà abbassata verso un formato in cui tale critica non sarà possibile senza perdere il suo contenuto decisivo e senza coinvolgersi in contraddizioni senza uscita. Le presunte alternative rimangono legate alle relazioni contrattuali borghesi, e non solo; esse si riferiscono solo a piccoli segmenti della riproduzione, che rimane nel suo insieme determinata in modo capitalista. Perciò, i «progetti di prassi» particolari, normalmente guardano a un finanziamento esterno dello Stato, sia nella forma di uma «reddito di base» sia nella forma di un patrocinio autarchico. Statalismo keynesiano e ideologia d’alternativa sono appena due facce della stessa medaglia; il denominatore comune è l’orientamento diretto o indiretto verso il credito statale. Qui si esprime ancora una volta l’inconfessato dominio della coscienza della classe media, che vuole sempre lavare la pelle senza bagnarla. Le sinistre keynesiana e dell’ideologia d’alternativa devono quindi entrambe rimuovere e negare la nuova qualità della crisi, perché le loro illusioni non possono sopravvivere alla fine del sistema del credito globale e dell’economia delle bolle finanziarie. Esse si confronteranno con il vero limite della sintesi sociale dominante, al più tardi, quando la grave frana dell’economia mondiale raggiungerà anche la «vita quotidiana» nei centri capitalistici.

- Pubblicato il 30 novembre 2008 su EXIT!

fonte: EXIT!

sabato 12 agosto 2017

L'accelerazionismo: "il figlio bastardo del marxismo e della fantascienza"

accelera

Si tratta della storia di un asino che era allo stesso tempo affamato e assetato, che si trovava messo in mezzo fra una balla di fieno ed un secchio pieno d'acqua e che finisce per lasciarsi morire d'inedia, non sapendo decidere da dove cominciare. Conosciuto con il nome di paradosso dell'asino di Buridano, in filosofia, questa favola illustra un dilemma che viene spinto fino all'estremo. L'immobilismo, che ne è la conseguenza, non appare affatto sproporzionato rispetto alla situazione di stallo in cui si trova oggi l'immaginario della sinistra: incapace di scegliere fra modernità tecnologica e giustizia sociale, paralizzata dalla nostalgia, sembra attualmente soffrire di un deficit di futuro.
Quanto meno, appare tale la constatazione che emerge dall'accelerazionismo, uno dei pensieri sociopolitici più radicale del momento: le politiche attuali sono incapaci di generare quelle nuove idee che possono permettere di far fronte alle minacce di annientamento che provengono dal futuro. Di fronte al malfunzionamento climatico e alla distruzione terminale di alcune risorse naturali, mentre la crisi guadagna forza e velocità, i movimenti anti-globalizzazione si sono rivelati impotenti. Raggruppando una miriade di pensatori di fedi diverse, si nutre dei pensieri di Marx, di Deleuze et Guattari, e di Nick Land, ma anche della fantascienza, l'accelerazionismo propone di accentuare le tendenze autodistruttive del capitalismo. Per ricostruire, bisogna prima distruggere; per agire nel presente, ci si deve assumere il compito di dipingere immagini dell'avvenire. Nel 2013, Alex Williams e Nick Srnicek hanno pubblicato il "Manifesto per una politica accelerazionista", contribuendo a far conoscere queste idee al grande pubblico.
Oggigiorno, comunque l'accelerazionismo continua a rimanere controverso. Ma col passare del tempo (in poche parole, testimonia circa la rapidità della diffusione del pensiero nell'era 2.0), lo si è anche visto interpretato e qualificato in differenti modi. In particolare per quel che riguarda l'arte, dove il concetto di "estetica accelerazionista" ha fatto la sua comparsa sulle colonne della rivista online "e-flux". Fra gli altri, all'origine di questo pensiero, il critico culturale americano Steven Shaviro, professore di Letteratura e Cinema alla Wayne State University di Detroit, autore di diversi libri sul soggetto, fra i quali "No Speed Limit".
Quella che segue è un'intervista sull'accelerazionismo: i collegamenti col marxismo, il rapporto problematico con l'ecologia, ma anche l'importanza fondamentale della fantascienza in particolare, e dell'arte in generale - al fine di tratteggiare altri futuri possibili.

Domanda: Come definirebbe l'accelerazionismo per spiegarlo a qualcuno che non ne ha mai sentito parlare?

Steven Shaviro: L'accelerazionismo proclama che la sola maniera di superare il capitalismo è spingere la sua logica fino all'estremo, vale a dire, esacerbare le sue tensioni interne accelerando il suo sviluppo per farlo implodere. Marx, in certi momenti, ha già fatto un discorso simile. Soprattutto quando parlava di contraddizioni del capitalismo, contraddizioni rispetto alle quali egli riteneva che il comunismo fosse il modo di abolirlo. Quest'ultima parola dev'essere presa nel senso della "Aufhebung" di cui parla Hegel - anche se non sono certo che Marx abbia usato quel termine.
Più specificamente, l'accelerazionismo si basa sulla crescita esponenziale dei mass media. Questo fenomeno è percepito come potenzialmente emancipatore - sia che i media possano essere utilizzati per fini anticapitalisti; sia che il loro sviluppo intrinseco finisca esso stesso per destabilizzare il capitalismo. In ogni caso, gli accelerazionisti si oppongono al sistema di pensiero dominante negli attuali partiti di sinistra, ossia, alla loro diffidenza nei confronti della tecnologia, al loro organicismo, alla loro insistenza sul primato del locale. Al contrario, gli accelerazionisti si basano - consciamente o meno - sul concetto sviluppato da Deleuze e Guattari ne L’Anti-Œdipe: la deterritorializzazione [che descrive ogni processo di decontestualizzazione di un insieme di relazioni  che permette la loro attualizzazione in altri contesti]. Secondo loro, il capitalismo è animato da profonde tendenze deterritorializzanti, benché alla fine sia sempre la riterritorializzazione che finisce per prendere il sopravvento per conservare lo status quo. Per la maggior parte degli accelerazionisti, questo movimento di  deterritorializzazione è potenzialmente rivoluzionario.

Domanda: Si è soliti associare diversi pensatori all'accelerazionismo:  Ray Brassier, Nick Srnicek e Alex Williams, Benjamin Noys - cui si deve il termine accelerazionismo - oppure ancora Armen Avanessian. Si tratta di un movimento?

Steven Shaviro: Sarebbe più giusto caratterizzare l'accelerazionismo come tendenza piuttosto che come movimento organizzato ed unificato. I pensatori menzionati l'hanno interpretato in maniere differenti. In realtà, Benjamin Noys ha inventato il termine per denunciarne la tendenza. Egli traccia una linea che parte da un certo movimento nella filosofia francese degli anni 1970 (con L’Anti-Œdipe, ma anche l'Economia libidinale di Jean-François Lyotard e lo Scambio simbolico e la morte di Jean Baudrillard), e collega questi autori al filosofo inglese Nick Land, assai influente nel mondo universitario anglosassone degli anni 1990 (si veda ad esempio il suo libro "Fanged Noumena"), e ad alcuni dei nuovi pensieri dell'inizio del XXI secolo cui si ispirano.
In seguito, se ne sono appropriati dei pensatori che intendevano dare una connotazione positiva ai temi espressi dal termine. A loro volta, l'hanno dotato di una vasta gamma di significati. Nick Land non è un marxista, ma piuttosto celebra le tendenze distruttive e disumanizzanti del capitalismo finanziario cibernetico. Al contrario, Srnicek e Williams sono dei teorici politici di sinistra che cercano di stabilire una nuova strategia socialista che dovrebbe passare per un uso progressista delle nuove tecnologie. Le loro ricerche al momento coincidono con quelle dei filosofi del realismo speculativo che sono emerse a metà del decennio precedente. Il filosofo inglese Ray Brassier ne è stata una delle figure centrali - è stato sia il traduttore in inglese delle opere del francese Quentin Meillassoux, sia sviluppando da parte sua un sistema filosofico basato su un razionalismo non antropocentrico. Armen Avanessian, quanto a lui, si ispira alle analisi politiche di Srnicek e Williams e a quelle del neo-razionalismo di Brassier e dei suoi epigoni.
Spero che tutto questo "rilascio di nomi" non sia troppo foriero di confusione. Quel che è importante, è che l'accelerazionismo si estende ad una varietà di campi: dagli argomenti politici socialisti fino alle deliranti celebrazioni di un futuro post-umanista o inumano dominato dall'intelligenza artificiale e che si riferisce alla fantascienza.

Domanda: Come ti posizioni rispetto a questi pensatori?

Steven Shaviro: La mia posizione è un po' diversa. Io prendo sul serio le possibilità di una trasformazione radicale dell'esperienza umana sotto l'effetto delle tecnologie digitali. E, allo stesso tempo, mi interesso anche molto al modo in cui la fantascienza può speculare su tali sviluppi al fine di considerare degli scenari possibili, sia di oppressione intensificata che di emancipazione potenziale.

Domanda: Il fine dell'accelerazionismo è quello di spingere il mercato fino a metterlo alle strette per fare così implodere il capitalismo - e poi? Non è sempre molto chiaro se l'accelerazionismo sia concepito come un mezzo o come un fine...

Steven Shaviro: Spero davvero che l'accelerazionismo sia il mezzo e non il fine! È effettivamente possibile vedere in Deleuze e Guattari una celebrazione della deterritorializzazione come fine in sé, ma per quanto mi riguarda, mi sembra che la loro posizione sia più sfumata. Ci fanno vedere come le correnti del capitalismo che sradicano l'organizzazione della società impongono allo stesso tempo delle nuove logiche riterritorializzanti al fine di contenere - o di espropriare - le stesse forze in tal modo scatenate. Sostengono anche che la deterritorializzazione porta ad una sorta di vicolo cieco nichilista, che deve, di conseguenza, essere temperato per mezzo di un giudizioso dosaggio fra stratificazione e riterritorializzazione - due forze che, con un po' di fortuna, si riveleranno meno opprimenti di quelle che operano nel capitalismo.
A mio avviso, gli sviluppo tecnologici recenti dimostrano che una società che sarebbe in grado di assicurare a tutti un certo grado di comfort e di tempo libero è una possibilità reale. Si è soliti ripetere che la meccanizzazione automatica dei lavori da svolgere causa la  disoccupazione e l'impoverimento dei più sfavoriti, aumentando ancora di più la ricchezza della classe privilegiata. Per me, il contributo dell'acceleraziomismo è proprio quello di dire che queste tecnologie, una volta che sono state liberate dalla proprietà privata capitalistica, potrebbero avverare una società del tempo libero e dell'abbondanza, al posto al posto di una società della scarsità come quella in cui attualmente ci troviamo. L'ironia del capitalismo è la seguente: mette in azione delle tecnologie dell'abbondanza mentre cerca di imporre la penuria.

Domanda: Nel risvolto di copertina del tuo libro, "No Speed Limit", l'accelerazionismo viene definito come «la progenie bastarda nata da una relazione furtiva fra Marxismo e fantascienza». L'accelerazionismo è un neo-marxismo? Qual è la tua relazione in rapporto al marxismo?

Steven Shaviro: Sono marxista nel senso che sono convinto che non serve a niente scindere le trasformazioni tecnologiche che sconvolgono l'esperienza umana dal fatto innegabile che l'ordine mondiale nel quale noi viviamo rimane dominato dall'accumulazione del capitale e dalla privatizzazione senza fine dei beni che in precedenza appartenevano alla sfera comune o pubblica. Le tecnologie digitali in realtà hanno avuto come conseguenza quella di un'intensificazione dello sfruttamento della forza lavoro, in quanto hanno aumentato lo spettro di quello che viene considerato come ciò che può essere trasformato in merce. Tale fenomeno, che persone come Michael Hardt o Antonio Negri definiscono, estrapolando a partire da una frase di Marx, come la "sussunzione reale", da parte del capitale, non solo del lavoro, ma di tutti gli aspetti della vita umana - ivi compresa la proprietà intellettuale e gli umori e le esperienze di ciascuno.
Per dirlo in maniera diversa, l'analisi che ha fatto Marx delle tensioni interne del capitalismo oggi sembra essere più valida che mai, mentre, allo stesso tempo, le sue predizioni - o la sua teleologia - non si sono realizzate. Il capitalismo sembra non fare altro che intensificarsi sotto l'effetto delle sue stesse contrazioni anche laddove si pensava che avrebbero causato la sua rovina. Così, è da Marx che Joseph Schumpeter ha tratto il suo famoso concetto di "distruzione creativa" che tutti quanti oggi riprendono, riconoscendo che essa potrebbe portare alla rivitalizzazione del capitalismo piuttosto che alla sua caduta.
È in questo che la fantascienza può diventare utile - o, più precisamente. è qui che l'accelerazionismo infuso di fantascienza e di marxismo comincia ad avere senso. A mio avviso, il marxismo ha bisogno di una dose di fantascienza. Le recenti discussioni introno al "capitalismo cognitivo" ed al lavoro cognitivo ed affettivo fanno eco alla crisi della sussunzione reale, ma non prendono sufficientemente sul serio le trasformazioni tecnologiche. D'altra parte, la posizione di coloro che, come Nick Land, antepongono le implicazioni umane delle tecnologie digitali senza tener conto del lato dell'economia politica è estremamente problematica: arrivano a celebrare la "distruzione creativa" senza tener conto dei costi umani ed ecologici.

Domanda: Esattamente, come si fanno coesistere accelerazionismo ed ecologia?

Steven Shaviro: Tutti noi sappiamo che non è stato solo il capitalismo ad aver avuto conseguenze disastrose sull'ecologia: il socialismo, nei regimi del XX secolo che lo hanno adottato, non ha affatto risparmiato l'ambiente. Oggigiorno, i discorsi ambientalisti mettono spesso l'accento sulla scarsità e sui limiti. Così facendo, non fanno altro che ripetere la paura della penuria che ha dettato la linea di condotta delle politiche capitaliste e del socialismo di Stato stalinista. O, in alternativa, l'ecologia deve smettere di preoccuparsi unicamente della penuria, che non fa altro che accrescere lo sfruttamento intensivo. In realtà, l'energia abbonda: sono i nostri sforzi per meglio sfruttare l'energia solare, eolica o delle maree che bisogna intensificare. Può sembrare contro-intuitivo, ma penso che solo un approccio accelerazionista al clima, vale a dire che cessi di concepire l'ambiente in termini di scarsità e di competizione, può essere allo stesso tempo in grado di risolvere la nostra crisi ecologica attuale.

Domanda: Innegabilmente, c'è un tono apocalittico che soggiace all'accelerazionismo. Sei d'accordo a dire che la sua retorica esprime una certa erotizzazione della catastrofe?

Steven Shaviro: Purtroppo, è chiaramente così. Come lo ha espresso Mark Fischer in "Capitalist Realism", un'opera di un'importanza fondamentale, per noi è più facile immaginare la fine del mondo tout court piuttosto che la riforma o la sostituzione del capitalismo. D'altronde, Slavoj Zizek e Fredric Jameson lo hanno già detto prima di lui, ma è Mark Fischer che ne ha dato la formulazione più profonda e meticolosa. Troppe persone si sono bevuto l'argomento di Margaret Thatcher secondo cui "non c'è alcuna alternativa" [la famosa "TINA": "there is no alternative"] all'attuale regime di privatizzazione, di mercificazione, ecc.. Anche in questo caso, la fantascienza ci viene in aiuto al momento giusto: estrapolando la realtà attuale ed immaginando differenti futuri possibili, essa ci dà la capacità di renderci conto fino a che punto le pratiche contemporanee possono divenire malefiche e distruttive, ma anche di renderci conto che "un altro mondo è possibile", per dirlo alla maniera degli anti-globalizzazione.

Domanda: Tornando al concetto di fantascienza. Sul tuo blog, menzioni la nuova fantascienza "Pop Apocalisse" di Lee Konstantinou, in cui vedi una prefigurazione dei temi accelerazionisti. Tu stesso, scrivi spesso sul cinema. In generale, quale ruolo secondo te può giocare la fiction nell'elaborazione di una teoria? È possibile assegnargli una funzione euristica?

Steven Shaviro: L'arte in generale - e la fantascienza in particolare - è un modo di estrapolazione speculativa. Le migliori storie di fantascienza sono quelle che non cercano di predire il futuro in maniera letterale, ma di sviluppare degli indici di avvenire (o quello che Deleuze chiama il "virtuale"), che è già implicitamente presente nello stato di cose attuali. Per quanto concerne le forme audiovisive (i film, le trasmissioni televisive, ma soprattutto i videogiochi e le clip musicali). esse servono ad esprimere la trasformazione dell'esperienza soggettiva per mezzo delle nuove tecnologie digitali. Oggi, viviamo il mondo in maniera radicalmente diversa da come facevano Merleau-Ponty o gli altri autori della fenomenologia degli anni sessanta. I racconti costruiti con l'aiuto dei nuovi media ci permettono di far prendere coscienza. Quindi, per rispondere alla domanda: sì, penso che le storie di fantascienza e le fiction audiovisive possono avere una funzione euristica. In quanto ci aiutano a comprendere e ad orientarci in quelle nuove condizioni di vita che sono le nostre.

Domanda: Sulle colonne della rivista online e-flux, hai sviluppato il concetto di "estetica accelerazionista". Potresti spiegare quello che intendi con questo termine? Ritieni che ci siano degli artisti che lavorano di già in quest'ottica?

Steven Shaviro: Ovviamente, non c'è una vera e propria fuga dalle leggi del mercato: a partire dagli artisti così detti plastici fino agli illustratori, musicisti o danzatori, tutti hanno bisogno di trovare un modo di vivere della propria arte. Una delle preoccupazioni maggiori dell'arte del XX secolo è stata la trasgressione, sia a livello di forma che di contenuto. Sul terreno della "cultura alta", la cultura del circuito istituzionale, con l'orinatoio di Duchamp, con il pezzo 4.33" di John Cage, oppure anche con le opere concettuali della fine del secolo
ha tentato di produrre delle opere che resistano alla proprietà privata.
Nel XXI secolo questa strategia non funziona più realmente, poiché tutto lo spettacolo della trasgressione trova il suo mercato. Allo stesso tempo, i produttori della cultura di massa trovano sempre più difficile essere remunerati, dal momento che le grandi società di distribuzione si impadroniscono di una gran parte dei profitti provenienti dai loro sforzi. Ecco la ragione per cui non penso che gli artisti di oggi possano riuscire a minare il mercato. Tuttavia, quello che possono riuscire a fare, e questo ci fornisce l'occasione di sperimentare per procura come le cose potrebbero evolvere in maniera diversa. Ciò che io chiamo "estetica accelerazionista", e che identifico con più frequenza nelle produzioni della cultura di massa piuttosto che nella "cultura alta", è un modo di mostrare le conseguenze e le eventualità (per la fantascienza) o di modellare la riorganizzazione tecnologica della sensazione (nel caso delle clip musicali).

Domanda: L'emergere dell'accelerazionismo è strettamente correlato al web in quanto medium: l'impatto planetario e la diffusione immediata delle nuove idee. Il manifesto accelerazionista avrebbe potuto avere come titolo «#accelerate", e d'altra parte, hai un blog molto prolifico sui social network. Che impatto ha avuto il web sul modo di produrre la teoria?

Steven Shaviro: Senza internet, è poco probabile che l'accelerazionismo avrebbe visto la luce. A questo proposito, il movimento si situa nella linea delle diverse formulazioni di realismo speculativo, che sono state essenzialmente elaborate online, attraverso dei blog e dei forum, intorno al 2007. Non credo affatto che la lettura e la scrittura rapida propria del web possa sostituire le forme più tradizionali del rigore accademico - i libri e gli articoli critici. Ma il web aggiunge una dimensione supplementare alle idee innovative: esse possono diffondersi più rapidamente, le persone che hanno preoccupazioni simili possono entrare in contatto fra loro più facilmente, e alla fine, ciò permette a degli individui senza quelle qualifiche universitarie abitualmente richiese di prendere parte ai dibattiti intellettuali e di essere presi sul serio. Questi aspetti sono positivi, malgrado i noti inconvenienti del discorso di internet: spam, molestie o "doxxing". Così, si può vedere l'accelerazionismo come la risposta a tutti questi nuovi parametri e allo stesso tempo insieme alla loro esemplificazione.

- Pubblicato su Les Inrocks, il 3 ottobre 2015 -

fonte: Les Inrocks

accelera manifest

Appendice:

#ACCELERATE MANIFESTO per una Politica Accelerazionista di Alex Williams e Nick Srnicek

01. INTRODUZIONE: Sulla congiuntura
1.
All'inizio della seconda decade del ventunesimo secolo, la civilizzazione globale affronta un nuovo tipo di cataclismi. Queste imminenti apocalissi ridicolizzano le normee le strutture organizzative delle politica che furono forgiate alla nascita degli stati-nazione e agli inizi del capitalismo e di un ventesimo secolo contrassegnato da guerre senza precedenti.
2. Il cataclisma più significativo è il collasso del sistema climatico del pianeta, che potrebbe incluso mettere in pericolo l'esistenza di tutta la popolazione mondiale. Nonostante questa sia minaccia più grave che l'umanita si trovi ad affrontare, ci sono una serie di problemi meno destabilizzanti ma potenzialmente uguali che coesistono ed interattuano con il problema principale. L'esaurimento irreversibile delle risorse, in particolare quelle idriche ed energetiche, può essere causa di carestie di massa, del crollo di paradigmi economici e di nuove guerre, calde e fredde. La crisi finanziaria in corso ha indotto i governi ad adottare la spirale mortale delle politiche di austerità e la privatizzazione dei servizi pubblici e dello stato sociale che ha causato una massiccia disoccupazione e salari stagnanti. La crescente automazione dei processi produttivi, tra cui il "lavoro intellettuale", mostra la crisi secolare del capitalismo e la sua precoce incapacità nel mantenere gli standard di vita attuali, anche per le ex classi medie del Nord del mondo.
3. In contrasto con queste catastrofi sempre più accelerate, la politica di oggi è afflitta da una incapacità di generare nuove idee e modi di organizzazione necessari per trasformare le nostre società per affrontare e risolvere le prossime devastazioni. Mentre la crisi prende forza e velocità, la politica perde forza e si ritira. In questa paralisi dell'immaginario politico, il futuro è stato annullato.
4. Dal 1979, l'ideologia politica egemonica globale è stata il neoliberismo, che ritroviamo in una sua variante in tutte principali potenze economiche. Nonostante le sfide profondamente strutturali che i nuovi problemi globali presentano in questo sistema, tra le più urgenti le crisi creditizie, finanziere e fiscali che si sono prodotte a partire dagli anni 2007/2008, i programmi neoliberali sono evoluti solo nella direzione del proprio approfondimento. Questa continuazione del progetto neoliberale, o neoliberalismo 2.0, ha cominciato ad applicare un nuovo ciclo di aggiustamenti strutturali, sempre più importanti nell’incoraggiare nuove ed aggressive incursioni del settore privato in ciò che rimane delle istituzioni e servizi socialdemocratici. Tutto ció nonostante gli effetti sociali ed economici negativi di tali politiche, e delle barriere a lungo termine che pongono le nuove crisi globali.
5. Che i settori della destra istituzionale e non e dell'ambito corporativo siano stati capaci di impulsare il neoliberalismo in questo modo è, almeno in parte, conseguenza della paralisi e della incapacità permanente di buona parte di quello che rimane della sinistra. Trent’anni di neoliberismo hanno reso la maggior parte dei partiti politici di sinistra spogliati del pensiero radicale, svuotati, e senza un mandato popolare. Nel migliore dei casi hanno risposto alle nostre crisi attuali con degli appelli per un ritorno ad una economia keynesiana, nonostante l'evidenza che le condizioni stesse che permisero l'avvento della socialdemocrazia nel dopoguerra non esistono più. Non possiamo ritornare al tempo del lavoro di massa industriale-fordista nè per decreto nè per ogni altro motivo. Anche i regimi neosocialisti della Rivoluzione Bolivariana del Sud America, mentre rincuorano nella loro capacità di resistere ai dogmi del capitalismo contemporaneo, rimangono deludentemente incapaci nel avanzare un'alternativa aldilà del socialismo della metà del ventesimo secolo. Il lavoro organizzato, essendo sistematicamente indebolito dalle modifiche introdotte nel progetto neoliberista, è sclerotizzato a livello istituzionale e - nella migliore delle ipotesi - capace solo di mitigare leggermente i nuovi aggiustamenti strutturali. Ma senza un approccio sistematico per costruire un nuova economia, o senza la solidarietà strutturale attraverso la quale impulsare tali cambiamenti, per ora il lavoro rimane relativamente impotente. I nuovi movimenti sociali che sono emersi dopo la fine della guerra fredda, vivendo una rinascita negli anni dopo il 2008, sono stati analogamente incapaci di elaborare una nuova visione ideoligico-politica. Spendono invece molte energie nei propri processi interni di democrazia diretta e nell’autovalorizzazione affettiva al di lá dell'efficacia
strategica, e spesso propongono una variante del localismo neo-primitivista, quasi come se fosse sufficiente la fragile ed effimera "autenticità" dell'immediatezza comunale per contrastare la violenza astratta del capitale globalizzato.
6. In assenza di una visione sociale, politica, organizzativa ed economica radicalmente nuova, le potenze egemoniche di destra continueranno ad essere in grado di portare avanti il loro immaginario gretto, a fronte di tutte le evidenze. Nel migliore dei casi, la sinistra potrebbe essere in grado per un certo tempo di resistere parzialmente alcune delle peggiori incursioni. Ma questo sarà ben poco rispetto all’ondata finale che incombe inesorabile. Generare una nuova egemonia globale della sinistra significa recuperare possibili futuri perduti, anzi il recupero del futuro come tale.

02. INTERREGNUM: Sugli accelererazionismi
1.
Se esiste un sistema che è stato associato con l’idea dell'accelerazione questo è il capitalismo. Il metabolismo essenziale del capitalismo richiede crescita economica, la concorrenza tra le singole entità capitaliste mettendo in moto una crescente evoluzione tecnologica nel tentativo di ottenere un vantaggio competitivo, il tutto accompagnato da una crescente dislocazione sociale. Nella sua forma neoliberista, la sua auto-narrazione ideologica è quella di liberare le forze della distruzione creativa, per spianare la strada alle innovazioni tecnologiche e sociali in costante accelerazione.
2. Il filosofo Nick Land colse questo fenomeno più acutamente, con una convinzione miope, quasi ipnotica, che velocità capitalista da sola avrebbe potuto generare una transizione globale verso una singolarità tecnologica senza precedenti. In questa visione del capitale, gli esseri umani potrebbero terminare essendo un peso ed un ostacolo per raggiungere quest'intelligenza planetaria astratta costruita rapidamente unendo i frammenti delle civilizzazioni del passato. Il neoliberalismo di Land confonde comunque la velocità con l'accelerazione. Potremmo essere in rapido movimento, ma solo dentro una ben definita serie di parametri capitalistici che non oscillano mai. Sperimentiamo solo la velocità crescente di un orizzonte locale, un semplice impeto di morte cerebrale piuttosto che una accelerazione che sia anche un viaggio, un processo sperimentale di scoperta all'interno di uno spazio universale di possibilità. È la seconda modalità di accelerazione quella che riteniamo essenziale.
3. E quel che è peggio, come Deleuze e Guattari rilevarono, fin dal principio la velocità capitalista da una parte deterritorializza, mentre riterritorializza dall'altra. Il progresso diviene costretto in un ambito di plusvalore, di un esercito di riserva del lavoro e di un capitale liberamente fluttuante. La modernità è ridotta a misure statistiche di crescita economica e l'innovazione sociale diventa incrostata delle rimanenze kitsch del nostro passato comune. La deregolamentazione thatcheriana-reaganiana siede comodamente al fianco del 'ritorno alle origini' della famiglia vittoriana e dei valori religiosi.
4. Una tensione più profonda all'interno neoliberismo si trova anche nei termini della sua rappresentazione come veicolo della modernità, come sinonimo letterale della modernizzazione, mentre promette un futuro che è costitutivamente incapace di fornire. In effetti, il progresso del neoliberismo, piuttosto che consentire la creatività degli individui ha mostrato una tendenza verso l'eliminazione della creatività cognitiva a favore di una linea di produzione affettiva delle interazioni codificatet, accoppiata a delle catene di approvviggionamento globali e una ad zona di produzione orientale neo-fordista. Un cognitariato irrisorio composto da elite di lavoratori intellettuali si restringe ogni anno di più, al ritmo nel quale una crescente automazione algoritmica si fa strada attraverso le sfere del lavoro affettivo e intellettuale. Il neoliberismo, nonostante si ponga come la fase di uno sviluppo storico necessario, in realtà si trattò di un mezzo meramente contingente per scongiurare la crisi del valore che emerse nel 1970. Inevitabilmente divenne una sublimazione della crisi piuttosto che il suo superamento definitivo.
5. Marx, insieme a Land, resta un pensatore accellerazionista paradigmatico. Contrariamente alla critica già nota e all'atteggiamento di alcuni marxiani contemporanei, dobbiamo ricordare che lo stesso Marx utilizzò gli strumenti teorici più avanzati e i dati empirici disponibili nel tentativo di comprendere e trasformare il suo mondo. Non era un pensatore che ha resistiò alla modernità, ma piuttosto fu un
pensatore che ha cercato di analizzare e intervenire all'interno di essa, comprendendo che nonostante lo sfruttamento e la corruzione, il capitalismo è rimasto fino ad oggi il sistema economico più avanzato. I suoi vantaggi non dovevano essere invertiti, ma accelerati oltre le restrizioni della forma valore capitalista.
6. Certamente, come anche Lenin scrisse nel testo del 1918 sull'infantilismo “di sinistra”: Il socialismo è inconcepibile senza l'enorme macchina capitalista basata sui più recenti progressi della scienza moderna. Non è concepibile senza un'organizzazione statale che prevede di sottoporre a decine di milioni di persone alla più rigorosa osservanza di un'unica norma di produzione e di distribuzione. Noi marxisti, abbiamo sempre parlato di questo, e non vale neanche la pena di sprecare due secondi a parlare con le persone che non capiscono nemmeno questo (anarchici e una considerevole parte dei rivoluzionari della sinistra socialista).
7. Come Marx sapeva, il capitalismo non può essere identificato come l'agente della vera accelerazione. Allo stesso modo la valutazione della sinistra in contrasto con l’accelerazione tecnosociale è, almeno in parte, un travisamento grave. Infatti, se la sinistra vuole avere un futuro deve essere quello in cui essa stessa abbracci al massimo questa tendenza accellerazionista repressa.

03. MANIFESTO: Sul futuro
1.
Crediamo che la divisione più importante della sinistra di oggi si trovi tra quelli che praticano una politica popolare di carattere locale, di azione diretta e un orizzontalismo inesauribile, e quelle che delineano ciò che deve dovrebbe chiamarsi una politica accelerazionista, comoda con una modernità composta di astrazione, complessità, globalità, e tecnologia. I primi si ritengono soddisfatti con la creazione di piccoli spazi temporanei di relazioni sociali non capitalistici, evitando i problemi reali connessi nell'affrontare dei nemici che sono intrinsecamente non locali, astratti, e profondamente radicati nella nostra infrastruttura di tutti i giorni. Il fallimento di questa politica è incorporato fin dal principio. Al contrario, una politica accelerazionista cerca di preservare le conquiste del tardo capitalismo, e allo stesso tempo di andare oltre ció che permette il suo sistema di valori, le sue strutture di governance, e le sue patologie di massa.
2. Tutti noi vogliamo lavorare di meno. È interessante sapere perché il più importante economista del mondo del dopoguerra credeva che un capitalismo illuminato sarebbe inevitabilmente evoluto con una radicale riduzione della giornata di lavoro. In Prospettive economiche per i nostri nipoti (scritto nel 1930), Keynes predisse un futuro capitalista in cui le persone avrebbero ridotto l'orario di lavoro a tre ore al giorno. Invece si è gradualmente eliminata la separazione tra lavoro e vita, il lavoro è arrivato a permeare ogni aspetto della fabbrica sociale emergente.
3. Il capitalismo ha iniziato a reprimere le forze produttive della tecnologia, o almeno, a dirigerle verso fini inutilmente limitati. Le guerre dei brevetti e la monopolizzazione delle idee sono fenomeni contemporanei che puntano sia al bisogno del capitale di superare la concorrenza, che all'approccio sempre più retrograda del capitale con la tecnologia. Le conquiste propriamente accelerative del neoliberismo non hanno portato a meno lavoro e meno stress. Infatti, invece di un mondo di viaggi nello spazio, choc del futuro, e potenziale tecnologico rivoluzionario, viviamo in un tempo in cui l'unica cosa che si sviluppa sono dei gadget per i consumatori leggermente migliorati. Iterazioni incessanti dello stesso prodotto basico sostengono la domanda marginale dei consumatori a scapito dell'accelerazione umana.
4. Non vogliamo tornare al Fordismo. Non puó esserci un ritorno al Fordismo. "L'età dell'oro" si basava sul paradigma di produzione dell'ambiente ordinato della fabbrica, dove il lavoratore (maschile) riceveva sicurezza e uno standard di vita basico a cambio di una vita mortificante e della repressione sociale. Tale sistema si appoggiava su di una gerarchia internazionale di colonie, imperi, e periderie sottosviluppate; una gerarchia nazionale di razzismo e sessismo; e una rigida gerarchia familiare di sottomissione femminile. Nonostante tutta la nostalgia che molti possono sentire, questo regime è tanto indesiderabile come il suo ritorno praticamente impossibile.
5. Gli Accelerazionisti vogliono scatenare la forze produttive latenti. In questo progetto, la piattaforma materiale del neoliberismo non ha bisogno di essere distrutta. Ha bisogno di essere riproposta verso obiettivi comuni. L'infrastruttura esistente non è una fase del capitalismo da distruggere, ma un trampolino di lancio verso il post-capitalismo.
6. Data la riduzione in schiavitù della tecnoscienza agli obiettivi capitalistici (specialmente a partire dalla fine del 1970) sicuramente non sappiamo ancora cosa può fare un corpo tecnosociale moderno. Chi tra di noi intravede le potenzialità che si nascondono dietro le tecnologie che sono già state create? La nostra scommessa è che la vera potenzialità trasformativa di molta della nostra ricerca tecnologica e scientifica rimane inutilizzata, riempita di funzionalità attualmente ridondanti (o preadattamenti) che, se spostata oltre il miope socius capitalista, può risultare decisiva.
7. Vogliamo accelerare il processo dell'evoluzione tecnologica. Ma ciò di cui stiamo discutendo di non si tratta di tecno-utopismo. Mai credere che la tecnologia sarà sufficiente per salvarci. Necessaria sì, ma mai sufficiente senza l'azione socio-politica. La tecnologia e il sociale sono intimamente legate tra loro, il cambio in una potenzia e rinforza il cambio nell'altra. Laddove i tecno-utopisti sostengono l'accellerazione sulla base che essa automaticamente supererà il conflitto sociale, la nostra posizione è quella nella quale la tecnologia dovrebbe essere accellerata proprio perchè è necessaria per vincere i conflitti sociali.
8. Crediamo che qualsiasi post-capitalismo richiede una pianificazione post-capitalista. La fiducia che riposa nell'idea nel quale, dopo la rivoluzione, la gente costituirà spontaneamente un nuovo sistema socioeconomico che non sia semplicemente un ritorno al capitalismo, nel migliore dei casi è naïve e nel peggiore è ignoranza. Per superare questo problema dobbiamo sviluppare sia una mappa cognitiva del sistema esistente sia una immagine speculativa del futuro sistema economico.
9. Per fare ciò, la sinistra deve approfittare di ogni progresso tecnologico e scientifico reso possibile dalla società capitalista. Dichiariamo che la quantificazione non è un male da eliminare, ma uno strumento da utilizzare nel modo più efficace possibile. La modellizzazione economica è - in poche parole - una necessità per rendere intelligibile un mondo complesso. La crisi finanziaria del 2008 rivela i rischi di accettare ciecamente modelli matematici sulla base della fede, ma questo è un problema di autorità illegittima, non della stessa matematica. Gli strumenti che si trovano nell'analisi delle reti sociali, nei modelli fondati sugli agenti, nelle analisi del big data, e nei modelli economici del disequilibrio, sono mediatori cognitivi necessari per capire sistemi complessi come l'economia moderna. La sinistra accelerazionista deve diventare alfabetizzata in questi settori tecnici.
10. Qualsiasi trasformazione della società deve coinvolgere la sperimentazione economica e sociale. Il progetto cileno Cybersyn è emblematico di questo atteggiamento sperimentale - fondendo tecnologie cibernetiche avanzate con sofisticati modelli economici, e una piattaforma democratica materializzata nella infrastruttura tecnologica. Esperimenti simili sono stati condotti in anni 1950 - 1960 anche nell'economia sovietica, impiegando cibernetica e programmazione lineare nel tentativo di superare i nuovi problemi della prima economia comunista. Che entrambi gli esperimenti non abbiano avuto successo si può ricondurre ai vincoli politici e tecnologici in cui operavano questi cibernetici.
11. La sinistra deve sviluppare un'egemonia sociotecnologica: sia nella sfera delle idee che nella sfera delle piattaforme materiali. Le piataforme sono l'infrastruttura della società globale. Stabiliscono i parametri di base di ciò che è possibile, sia sul piano comportamentale che su quello ideologico. In questo senso, incarnano i materiali trascendentali della società: sono ciò che rende possibile un determinato insieme di azioni, relazioni e poteri. Nonostante gran parte dell'attuale piattaforma globale è orientata a favorire i rapporti sociali capitalistici, questa non è una necessità imprescindibile. Queste piattaforme materiali di produzione, finanza, logistica, e consumo possono e devono essere riprogrammate e riformattate verso fini post-capitalistici.
12. Non crediamo che l'azione diretta sia sufficiente per raggiungere questo obiettivo. Le abituali tattiche di manifestazione, di portare cartelli, e la creazione di zone temporaneamente autonome rischiano di
diventare dei confortanti sostituti del successo effettivo. "Almeno abbiamo fatto qualcosa" è il grido di battaglia di coloro che privilegiano l'autostima piuttoso che l’azione efficace. L'unico criterio che definisce una buona tattica è se con essa si ottiene il successo o meno. Dobbiamo porre fine alle forme feticistiche di azione individuale. La politica deve essere trattata come un insieme di sistemi dinamici divisi dal conflitto, da adattamenti e contro-adattamenti, e da strategiche corse alle armi. Ciò significa che ogni forma di azione politica individuale perde la sua efficacia nel tempo, perché la controparte si adatta. Nessuna forma di azione politica è storicamente inviolabile. Inoltre con il tempo diventa sempre più necessario abbandonare alcune tattiche tradizionali di lotta perché le forze e le entità che si desidera sconfiggere imparano a difendersi e a contrattaccare in modo molto efficace. È in parte l'incapacità della sinistra contemporanea di operare in questo senso si trova in prossimità del cuore del malessere contemporaneo.
13. Lo stragrande accento posto alla “democrazia come processo” deve essere lasciato alle spalle. La feticizzazione dell'apertura, dell'orizzontalità e della inclusione di molta della sinistra 'radicale' contemporánea ha posto le basi dell'inefficacia. Anche la segretezza, la verticalità, e l’esclusione, tutte hanno il loro posto in un'azione politica efficace (anche se, ovviamente, non in maniera esclusiva).
14. La democrazia non può essere definita semplicemente con i suoi mezzi - tramite le votazioni, la discussione, o le assemblee generali - la vera democrazia deve essere definita dal suo obbiettivo: l'emancipazione collettiva e l'autogoverno. Questo è un progetto che deve allineare la politica con l'eredità dell'Illuminismo, nella misura in cui solo dalla nostra capacità di capire meglio noi stessi e il nostro mondo (sociale, tecnologico, economico, psicologico) potremo arrivare a governare noi stessi. Dobbiamo stabilire un'autorità legittima verticale controllata collettivamente assieme a dei modelli sociali orizzontali e distribuiti per evitare di diventare schiavi di un centralismo totalitario e tirannico o di un ordine emergente capriccioso che sfugga al nostro controllo. L'autorità del Piano deve sposare l'ordine improvvisato dalla Rete.
15. Non presentiamo alcuna organizzazione particolare come il mezzo perfetto per incarnare questi vettori. Ciò di cui si ha bisogno – e che è sempre stato necessario - è di una ecologia delle organizzazioni, un pluralismo di forze che risuonano e si retroalimentano sulla base della comparazione dei loro punti di forza. Il settarismo è la condanna a morte sulla sinistra così come lo è il centralismo, in questo senso dobbiamo sottolineare ancora una volta l'importanza di sperimentare tattiche diverse (anche con coloro con i quali siamo in disaccordo).
16. Abbiamo tre obiettivi specifici a medio termine. In primo luogo, dobbiamo costruire una infrastruttura intellettuale. Imitando la Mont Pelerin Society della rivoluzione neoliberale, il suo compito è quello di creare una nuova ideologia, dei modelli economici e sociali, ed una visione di ció che è giusto per sostituire e superare gli ideali emaciati che governano il nostro mondo attuale. Stiamo parlando di una infrastruttura, nel senso di costruire non solo idee, ma istituzioni e percorsi concreti che permettano di inculcare, incarnare e diffondere queste idee.
17. Abbiamo bisogno di promuovere una riforma dei mezzi di comunicazione su larga scala. Perchè, nonostante l'apparente democratizzazione che offrono internet e le reti sociali, i mezzi di comunicazione tradizionali rimangono cruciali per selezionare e definire il discorso, assieme al possedimento delle risorse necessarie per continuare a promuovere il giornalismo investigativo. Portare questi organi il più vicino possibile al controllo popolare è cruciale per disfare la presentazione dello stato attuale delle cose.
18. Infine, abbiamo bisogno di ricostituire le varie forme del potere di classe. Tale ricostituzione deve andare oltre l'idea che un proletariato globale generato orgánicamente già esista. Si deve cercare invece di saldare assieme una serie di identità proletarie parziali distinte, spesso incarnate nelle forme post-fordiste del lavoro precario.
19. Ci sono molti gruppi e individui che già lavorano su questi tre obiettivi, ma separatamente i loro sforzi non sono sufficienti. Ciò che è necessario è che i tre si retroalimentino a vicenda, ciascuno modificando la congiunzione attuale in modo tale che gli altri siano sempre più efficaci. Un ciclo di feedback positivi sulla trasformazione ideologica, sociale, economica delle infrastrutture per generare una nuova egemonia
complessa, una nuova piattaforma tecno-sociale post-capitalista. La storia dimostra che è sempre stato un ampio mix di tattiche e di organizzazioni che hanno determinato il cambiamento sistemico, queste lezioni devono essere imparate.
20. Per raggiungere ognuno di questi obiettivi, a livello più pratico riteniamo che la sinistra accelerazionista deve pensare più seriamente ai flussi di risorse e di denaro necessari per costruire una nuova infrastruttura politica efficace. Al di là del 'potere del popolo' dei corpi nelle strade, abbiamo bisogno di finanziamenti, sia da parte di governi che istituzioni, think tank, dei sindacati, o di singoli benefattori. Consideriamo la posizione e la conduzione di tali finanziamenti flussi essenziali per iniziare la ricostruzione di una ecologia di organizzazioni efficaci della sinistra accellerazionista.
21. Dichiaramo che solo una politica prometeica che detenga la massima maestria sulla società e il suo ambiente è in grado di affrontare sia i problemi globali che di ottenere la vittoria sul capitale. Questa maestria deve essere distinta da quella amata dai pensatori dell'Illuminismo originale. L'universo meccanico di Laplace, così facilmente controllato date le sufficienti informazioni, è scomparso dall'agenda della conoscenza scientifica seria. Ma non diciamo questo per allinearci con lo stanco residuo della postmodernità, condannando la maestria come proto-fascista o l'autorità come innatamente illegittima. Proponiamo invece che i problemi che affliggono il nostro pianeta e la nostra specie ci obblighino a rinnovare la maestria in una veste nuova e complessa; nonostante non possiamo prevedere il risultato esatto delle nostre azioni, possiamo probabilisticamente determinare dei probabili intervalli di risultati. Ciò che deve essere accoppiato a tale analisi dei sistemi complessi è una nuova forma di azione: improvvisativa e in grado di eseguire un disegno attraverso una pratica che funzioni con le contingenze che scopre solo nel corso della sua attuazione, in una politica di abilità artistica geosociale e di astuta razionalità. Una forma di sperimentazione abduttiva che cerca i migliori mezzi necessari per intervenire in un mondo complesso.
22. Abbiamo bisogno di rilanciare la tesi che è stata tradizionalmente posta per il post-capitalismo: non solo il capitalismo è un sistema ingiusto e perverso, ma è anche un sistema che frena il progresso. Il nostro sviluppo tecnologico è stato eliminato dal capitalismo, allo stesso modo in cui è stato impulsato. L'accelerazionismo è la convinzione di fondo che queste capacità possono e devono essere lasciate libere andando oltre i limiti imposti dalla società capitalista. Il movimento verso un superamento dei nostri attuali vincoli deve includere di più di una semplice lotta per una società globale più razionale. Crediamo sia necessario includere anche il recupero dei sogni che ha attraversato molti a partire dalla metà del diciannovesimo secolo fino agli albori dell'era neoliberista, dalla ricerca del Homo Sapiens verso l'espansione oltre i limiti della terra alle nostre forme corporee immediate. Queste visioni sono viste oggi come reliquie di un momento più innocente. Eppure entrambe diagnosticano la sconcertante mancanza di fantasia nel nostro tempo, e offrono la promessa di un futuro che è affettivamente rinforzante, oltre che intellettualmente stimolante. Dopo tutto, solo una società post-capitalista resa possibile da una politica accelerazionista sarà in grado di soddisfare le aspettative generate dai programmi spaziali della metà del ventesimo secolo e andare al di là di un mondo di minimi aggiornamenti tecnici verso il cambiamento totale. Verso un epoca di autogoverno collettivo, e un futuro propriamente alieno che implica e permette. Verso un completamento del progetto illuminista di autocritica e padronanza di sé, piuttosto che verso la sua eliminazione.
23. Le opzioni che abbiamo di fronte sono dure: o un post-capitalismo globalizzato o una lenta frammentazione verso il primitivismo, una crisi permanente e il collasso ecologico planetario.
24.
Il futuro ha bisogno di essere costruito. È stato demolito dal capitalismo neoliberista e ridotto a una promessa di una maggiore disuguaglianza, conflitto e caos. Questo crollo nell'idea del futuro è sintomatico dello stato regressivo storico della nostra epoca, piuttosto che, come i cinici di tutto lo spettro politico vorrebbero farci credere, un segno di maturità scettica. L'accelerazionismo spinge verso un futuro che è più moderno - una modernità alternativa che il neoliberismo è intrinsecamente in grado di generare. Il futuro deve essere aperto rompendosi ancora una volta, sganciando i nostri orizzonti verso le possibilità universali del Fuori.

Fonte: http://syntheticedifice.files.wordpress.com/2013/06/accelerate.pdf